di Edoardo Gridelli


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Morire per quattro monete. Winckelmann: l’ultimo viaggio cala lo spettatore nella Trieste del Settecento


Trieste è una città strana, ricca di contraddizioni ma anche di certezze quasi fin troppo ferme nei secoli. 

Trieste è una città strana, dove, prima città di madrelingua italiana, nel settecento poteva contare su una tale varietà di etnie, fulcro e miscuglio di decine di idiomi culturali e religiosi provenienti da ogni parte del mondo. 

Trieste è una città strana, dove il mare quasi bacia la montagna, a fondersi tra loro e dove l'orizzonte si può perdere verso sud nelle lontane isole Quarnaro, a nord chiudersi nelle sue Alpi Giulia e sconfinare ad est verso un Carso che diventa pietrisco istriano, ad ovest verso la pianura e una laguna che pian piano si congiunge alle calli venete. 

Trieste è una città strana dove decine di culti religiosi già nel settecento erano presenti, tra cui, supponiamo, la prima moschea di questa parte d' Occidente, sita all'inizio della Rotonda del Boschetto, come altrettanto vero vi è una delle più belle sinagoghe d'Europa. 

Trieste la città strana per la sua gente, che come dice Saba scontrosa, perché in fondo in fondo è come un bambino dalle mani troppo grandi per stringere un fiore. 

Anche se può parer strana, del resto siamo triestini, questa nostra introduzione è proprio nell'animo di Trieste, dei suoi abitanti, che nonostante le 1000 traversie di guerre, esodi, contro esodi, cambi di bandiera non voluti, occupazioni militari delle più feroci, da quella tedesca che di fatto porterà Trieste ad essere parte integrante della Germania nazista essendo divenuta Adriatisches Küstenland, alla occupazione susseguente titina, altrettanto feroce è rimasta quello che era, quello che sarà: strana, in barba ad ogni evento, anche al più disperato.

Come Piero Spirito ha scritto nel suo libro "Trieste sotto sette bandiere", Trieste strana e strani sono i suoi cittadini, eppure in questa città, sono nate realtà culturali, musicali, museali, d'ingegno artistico, scientifico, industrialmente pionieristico come in poche parti del mondo. 

Quando ancora i cosiddetti musei di storia naturale erano semplicemente caravanserragli, una sorta di circhi in cui esporre le bizzarrie della natura, a Trieste nasceva il museo di storia naturale, l'acquario, e ancor prima la sua prima antica istituzione museale a inizio ottocento, grazie a Domenico Rossetti, conseguenza forse, per questo Trieste è strana, dell'omicidio di Johann Joachim Winckelmann. Quasi fosse Trieste tutta ad averlo involontariamente assassinato e in memoria del più illustre storico, archeologo, storico d''arte, amante del neoclassicismo tedesco, Winckelmann fu interprete e intimo conoscitore dell' arte classica, che lo portò ad essere uno dei più fervidi estimatori e fautori del neoclassicismo mondiale da cui artisti come il Canova stesso ne furono influenzati.

Trieste è una città strana, perché si sentì evidentemente immediatamente in colpa perché un tal uomo venisse ucciso proprio in questa città.

Da qui il Rossetti volle che fosse eretto un monumento, un cenotafio a suo nome e da questo omaggio costruire attorno ad esso, riunendole, tutte le antichità del litorale di cui Trieste era provincia. 

È proprio dalla sua inaugurazione nel 1833 iniziarono i lavori di recupero di tutte le antichità triestine e non solo, nell'antico cimitero di San Giusto, non chiamandolo subito museo, ma lapidario forse proprio per non sminuire il monumento allo stesso Winckelmann. Nel 1874 si creò il tempietto neoclassico, per custodire le opere e le sculture greche e romane e dove poi venne riposto anche il cenotafio del Winckelmann. 

Perché prima abbiamo parlato di tante etnie, tante culture e tanti traffici marittimi, perché Trieste anche se molte delle volte gli stessi triestini non se ne accorgono, è ricca di talmente tanti piccoli capolavori che vanno dall'epoca dell' antico Egitto e forse qualcosa prima, anzi molto prima, vista la presenza dei Castellieri in era preistorica, e di qualche " Antonio" che in fin dei conti è "solo" un perfetto dinosauro conservato.

A volte pensiamo che è proprio nella nostra indole a volerci fa del male, a trascurare le cose che noi stessi abbiamo trovato o ci hanno lasciato in dono i nostri padri, o a ritenerci qualche volta capitale di un mondo che non esiste più, o pensare di essere una modestissima e provincialissima città, senza alcuna attrattiva.

Difatti sta che se non vi fossero stati, vi sono e vi saranno, eccellenti direttore museali, conservatori, direttori artistici musicali e teatrali, collaboratori dalle mille idee, funzionari amministrativi, ricercatori privati, al di fuori della politica, che in silenzio hanno offerto, offrono 1000 idee, 1000 spunti, 1000 riflessioni su quanto e cosa Trieste può offrire non solo alla società e ai suoi cittadini, crediamo che il motto scanzonato che è in in parte una mentalità puramente triestina del "viva la e po bon", avrebbe preso il sopravvento ad un altro modo di dire, un'altra realtà della mentalità di questa città " quando femo una roba, se la femo, la femo ben, assai ben". 

D'altro canto se non ci fosse questa contraddizione di fondo questo Yin e Yang, questa dicotomia del nostro pensiero che si basa su una certa indolenza nel fare o nell'adagiarsi sul passato per poi accorgersi, d'improvviso d'essere stati superati e di riacquistare terreno e tempo con estrema facilità in qualsiasi campo si voglia parlare, non saremmo triestini.

Molti di voi ci chiederanno il perché di tutta questa nostra “litania”. 

La risposta è molto semplice e facile: provate a pensare al Museo Civico di Storia ed Arte, l'ex lapidario, ricordiamoci di Domenico Rossetti, pensiamo al perché, per chi ama la cultura in generale, è parso giusto all' Assessorato alla Cultura del Comune, intitolare a 250 nella sua morte questa entità museale a Winckelmann, perché in realtà il triestino si ricorda, anche se molte volte fa finta di dimenticare, le giuste cose, i giusti riconoscimenti anche dei ricordi piu' lontani e alla fine stupisce tutti, nei fatti e nelle idee.

Poteva bastare una semplice inaugurazione? No, e qui scatta la triestinata, cioè l'idea che a pochi sarebbe venuta, ricordare proprio l'omicidio avvenuto nella Locanda Grande di Trieste di Winckelmann. 

Provate ad accendere un "cerino", alias un' idea di una cooperazione tra Comune e il suo Assessorato alla Cultura e il Teatro Stabile Regionale di Trieste "Il Rossetti" e il suo Direttore Artistico Però. Provate a pensare di avere in mano gli atti processuali dell'omicidio avvenuto nel lontano 1768 grazie all' avvocato Pagnini, cose che capitano a Trieste, come capita anche a Trieste, grazie ad un lavoro certosino che la professoressa Bussani, anatomopatologa sta compiendo su verbali autoptici del sette-ottocento, questo è solo un puro riferimento, perché non sappiamo se è stata interpellata in questo caso, forse il verbale dell'autopsia era nelle carte dei verbali del processo, ma giusto per ricordare che sono proprio queste persone che danno una ricchezza e un ricordo storico di una valenza essenziale, rara se non unica al mondo, di conoscere e il sapere il perché e il come si moriva e di cosa, dall'inizio della fine settecento inizio ottocento in poi, e vogliamo scommettere quante città al mondo si possono permettere di avere una fonte, un tesoro simile?

E questo è soltanto un piccolo esempio, di quanto noi triestini vogliamo dimenticare, ma in realtà siamo degli accumulatori di storia, frenetici, insaziabili e che quindi possiamo offrire questi "cerini" pronti all'uso per degli spettacoli che appaiono facili da realizzare, ma senza prove evidenti, verbali, ricostruzioni esatte di ciò che è accaduto, diventano racconti, non storia raccontata.

Ma anche chiamarla così è riduttivo, perché questa sera abbiamo ascoltato con il sistema silent system, ad una vera e propria opera teatrale storica molto ma molto al di fuori di ogni schema, sia per la sua collocazione, chiamiamola ancora al Lapidario per un'ultima volta, sia per i tre conosciuti e ottimi attori del "Rossetti", Andrea Collarino, Riccardo Marazana e Stefano Pettellla, che attraverso “Morire per quattro monete. Winckelmann: l’ultimo viaggio”, testo a cura di Marzia Vidulli Torlo e diretto dallo stesso Andrea Collavino, ci portano senza nemmeno che ci si accorga a quel lontano 1768 e state certi che il luogo, le musiche, i fruscii, i cammei inseriti con abile intuito nella sequenza del racconto degli attori presenti, hanno dato modo allo spettatore di essere li presente, non a giudicare, ma a vedere ciò che era accaduto. 

Cammei come il sentire, durante le rappresentazione, la voce di un certo Gassman nel ruolo di Marco Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare, che credevamo tratto dalla sua ultima apparizione al Rossetti, purtroppo, del 1996 nel suo addio alle scene ne "Anima e corpo", mentre in questo suo addio interpretò il monologo di Amleto, una voce di Ninetto Davoli, di Stoppa e forse di Sordi. Accostamenti perfetti a cui ci leviamo il cappello a Marzia Vidulli anche per avere immediatamente proiettato lo spettatore in quell'epoca attraverso l'elenco dei testimoni con la voce propria mentre elencavano le proprie generalità' ci hanno raccontato chi erano, da dove venivano, di che nazionalità erano, che lavoro facevano, quindi uno splendido miscuglio di mestieri, paesi, culture diverse. 

E tanto di cappello anche ad Andrea Collavino perché, forse siamo noi a non conoscere altri lavori simili, in cui l'arte è in questo caso il busto tronco di Ercole, posto nella cappella neoclassica, sembrava, grazie anche ad un'idea geniale, quella di illuminare solo con un faretto a led a mano ciò che egli stesso raccontava, anzi, illustrava ad arte, la perfetta bellezza della statua stessa, modo nuovo, a parer nostro, di far interagire il pubblico ad apprendere con una lezione recitativa un'opera d'arte, non con le cosiddette contaminazioni tra arti, ma fare di due una, cosa sicuramente da ripetersi non unicamente solo per una statua, un modo nuovo, poco complesso, ma assai chiarificatore di ciò che l'osservatore può riuscire a intravedere anche e soprattutto grazie a un'empatia tra attore, capolavoro e spettatore.

“Morire per quattro monete. Winckelmann: l’ultimo viaggio”, lascia allo spettatore l'idea di essersi calato in una Trieste del settecento, attraverso una tragica morte, e la sua narrazione giudiziaria, che assomiglia e del resto la legge nei suoi rituali è poco cambiata, a quella che potrebbe assistere oggi in un'aula giudiziaria, ma che non può avere ovviamente, quel pathos, quell' emotività storica ancora più drammatica che solo dei signori attori ci possono offrire, facendola ridiventare recente, quasi accaduta ieri.

Quindi non ci resta nient' altro da dire che questo lavoro del teatro Rossetti, “Morire per quattro monete. Winckelmann: l’ultimo viaggio”, non è soltanto da non perdere, ma da augurarsi che, a parte le varie contaminazioni, si riesca a ripetere in altre forme piu' estese, la narrazione come per l' Ercole, un modo nuovo di presentare opere d' arte, per far trattenere nel capire lo spettatore, visitatore anche di un intero museo.

“Morire per quattro monete. Winckelmann: l’ultimo viaggio” andrà in scena il 23, 24, 25, 26 agosto, il 30 e 31 agosto, e l’1 e 2 settembre sempre alle ore 21.

In caso di pioggia lo spettacolo va in scena ugualmente, in spazi interni.

I biglietti sono in prevendita presso i consueti punti vendita del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia: i posti disponibili saranno limitati a 70 e in caso di disponibilità gli ultimi biglietti si potranno acquistare anche sul luogo dello spettacolo a partire da un’ora prima dell’inizio. Il consiglio però è di ricorrere alla prevendita. 


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