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I Carabinieri presentano il Calendario Storico
e l’Agenda Storica 2021 Dante, Pinocchio
e l’Arma dei Carabinieri: una sintesi dell’Italia


Le misure connesse al contenimento della pandemia non hanno permesso quest’anno di presentare il Calendario Storico dell’Arma dei Carabinieri ed. 2021 nell’ambito della consueta manifestazione. Tuttavia questa mattina a Roma il Comandante Generale, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, ha voluto svelare al pubblico in videocollegamento l’ormai atteso prodotto editoriale, accompagnato da coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera: il prof Aldo Onorati e lo scrittore Valerio Massimo Manfredi, con il giornalista Aldo Cazzullo a tenere le fila del racconto, che celebra uno dei massimi simboli italiani, Dante Alighieri, di cui ricorre il settecentenario della scomparsa. 

Per il Calendario Storico del 2021, l’Arma dei Carabinieri si è affidata alla penna di Valerio Massimo Manfredi, cantore e custode della storia antica, e alle tavole realizzate da un esponente della Transavanguardia italiana, Francesco Clemente. 

Un Maresciallo, Donato Alighieri, emblema del buon carabiniere, toscano come il Sommo Poeta, è il filo conduttore trasversale fra i dodici racconti, uno per ogni mese. Alighieri, colto fino al punto di conoscere a memoria l’intero Poema, narra di vicende verosimilmente accadute nel suo percorso di carriera e nelle diverse esperienze operative maturate, percependo le parole di Dante come fonte insostituibile d’ispirazione per coraggio, inventiva e generosità. 

Le storie, ispirate da episodi di vita vissuta, e le immagini, raffiguranti simboli ed elementi dei Carabinieri facilmente riconoscibili, si sposano e dialogano fra loro in una letteratura mista che riporta a stili ed epoche da cui traspare lo spirito eroico del militare e la consapevolezza di trovare anche nei gesti più piccoli il coraggio di una vita di Valore, facendo inoltre da contrappunto alle terzine della Divina Commedia del Sommo Poeta e celebrarne il 700esimo anniversario della scomparsa. Nella forza delle parole si distinguono in modo tangibile i livelli di cura e attenzione espressi nelle attività del narratore, così come lo spirito di sacrificio e fedeltà del Carabiniere che veglia ogni giorno sugli altri. 

Dietro le quinte, il dantista Aldo Onorati, collaboratore di punta della prestigiosa “Società Dante Alighieri” e penna accreditata della rivista “Il Carabiniere”, mensile dell’Arma. 

Con questo esclusivo Calendario Storico, l’Istituzione offre un insieme di emozioni coinvolgenti e appassionanti da donare al lettore in ciascuna singola pagina, ove ogni carabiniere rappresentato esalta e racchiude quelli del passato, del presente e del futuro. 

La tiratura sarà di oltre un milione di copie, di cui circa 10.000 in lingue straniere (inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo, giapponese, cinese e arabo). Il notevole interesse verso il Calendario Storico dell’Arma è manifestazione sia dell’affetto e della vicinanza che ciascun cittadino nutre nei confronti della Benemerita a cui è legato da uno speciale vincolo, sia dei sentimenti di coesione e unità esistenti tra i Carabinieri attraverso il richiamo a intramontabili valori e semplici eroici gesti quotidiani. 

Iniziata nel 1928, la pubblicazione del Calendario, giunta alla sua 88^ edizione, dopo l’interruzione post-bellica dal 1945 al 1949 venne ripresa regolarmente nel 1950 e da allora è stata puntuale interprete, con le sue tavole, delle vicende dell’Arma e, attraverso di essa, della Storia d’Italia. 

Oltre al Calendario, è stata pubblicata anche l’edizione 2021 dell’Agenda, incentrata sul tema “Pinocchio e i Carabinieri”, ove è tangibile il legame indissolubile tra il celebre racconto e l’Arma, celebrando così i 140 anni dalla prima apparizione pubblica dell’opera di Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi, e ricordando al contempo le sue espressioni nel mondo delle arti grazie al prezioso contributo offerto da moltissimi illustratori e artisti in una sorta di sfida artistica. 

In quasi un secolo e mezzo di storia, sono stati moltissimi, tra i più celebri illustratori e artisti, che si sono cimentati nella sfida di raccontare le vicende del burattino. 

Una storia caratterizzata dal registro narrativo avvincente e da un susseguirsi di immagini letterarie suggestive che regalano uno spazio senza tempo all’iconografia dei Carabinieri. 

Una forza evocativa capace di creare un binomio culturale ancora oggi inscindibile: Pinocchio e i Carabinieri. 
Altre due opere completano l’offerta editoriale: 

• Il Calendarietto da tavolo, dedicato al gioco e all’uomo, come importante attività svolta da bambini e adulti. L’attività ludica risponde non solo al bisogno primario della persona per rigenerarsi, ma rappresenta anche il ponte insostituibile fra l’universo dei piccoli e quello dei grandi, aprendo la porta segreta del dialogo tra generazioni. L’intero ricavato della vendita di questo calendarietto da tavolo è devoluto all’Opera Nazionale di Assistenza per gli Orfani dei Militari dell’Arma dei Carabinieri. 

• Il Planning da tavolo dedicato al 150° anniversario di Roma Capitale e alle altre Capitali d’Italia. Da un secolo e mezzo la Città Eterna detiene il titolo di Capitale d’Italia ma la storia racconta che è stata preceduta da Torino e Firenze. Vengono quindi celebrate, attraverso le immagini riportate in copertina, le sedi del primo Parlamento unitario: Palazzo Carignano (Torino), Palazzo Vecchio (Firenze) e Palazzo Madama (Roma). 
L’intero ricavato della vendita di questo planning verrà devoluto all’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, una delle più antiche istituzioni dedicate all’infanzia e polo di ricerca d’eccellenza a livello internazionale. 

Prefazione del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri al Calendario Storico dell’Arma 2021 
Rendere omaggio al Poeta che ha “inventato” la nostra lingua, l’ha codificata con le sue terzine, l’ha scolpita nei suoi endecasillabi, è – per un’Istituzione legata all’Italia come un rampicante alla sua parete – quasi un atto dovuto. Farlo a settecento anni dalla morte di Dante è un’occasione che l’Arma non poteva lasciarsi sfuggire. Un altro motivo ci ha indotti a coglierla: a dispetto di chi sostiene che il Giallo nasca a metà dell’Ottocento con Edgar Allan Poe, già il Vate toscano – e dopo di lui Shakespeare, e poi altri ancora – ha infarcito le sue rime di intrighi e trame delittuose. Cos’altro è l’Inferno, se non una puntuale rassegna di storie criminali? A che cosa assomigliano i suoi gironi, se non ai bracci di un penitenziario che accolgono i detenuti in base al tipo di reato? Per ispirarci abbiamo puntato su uno dei grandi pregi della Divina Commedia, la sua permanente attualità. Dai “barattieri” della Quinta bolgia a chi oggi adultera il vino, ci siamo detti, il passo non è lungo. L’assassinio di Francesca da Rimini è in fondo un femminicidio ante litteram, il furto del Palladio fa di Ulisse e Diomede i primi ladri di beni culturali della storia. E’ stato perciò facile, così ragionando, accostare ai versi danteschi i settori d’intervento e le indagini dei nostri reparti. Per descriverli abbiamo concepito un’inedita voce narrante, il Maresciallo Donato Alighieri. Nato a Firenze come il suo possibile antenato, egli si iscrive nel solco dei tanti personaggi che, nella finzione letteraria, hanno indossato la nostra uniforme. I ricordi di questo protagonista, immaginario ma del tutto credibile, accompagnano le nostre pagine sfiorando quelle della cronaca recente. Richiamano episodi reali e citano “eroi veri” come il Maresciallo Leonardi, che il 16 marzo 1978 in via Fani fece scudo del suo corpo all’onorevole Aldo Moro. 
Il percorso narrativo della pubblicazione, che non tralascia le altre due Cantiche dell’immortale Commedia, il Purgatorio e il Paradiso, è tracciato da un affermato cantore dei tempi antichi, l’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. Questi, come già aveva fatto raccogliendo per il Bicentenario dei Carabinieri “Le inchieste del Colonnello Reggiani”, ha accettato con entusiasmo la nostra proposta. Potrete apprezzare il valore aggiunto della sua partecipazione nei testi che seguiranno. Il contrappunto pittorico alla letteratura è stato affidato a un notissimo artista figurativo annoverato fra i fondatori della Transavanguardia. Le vivide tavole di Francesco Clemente rappresentano un salto ideale dal passato al futuro, la sua magistrale interpretazione conferisce vita, emozione e colore al racconto che di mese in mese dipaniamo. Discreto e brillante regista della nostra pellicola è stato il Professor Aldo Onorati, collaboratore di punta della prestigiosa “Società Dante Alighieri” e, ormai da molti anni, anche della rivista “Il Carabiniere”. Il suo affettuoso contributo, per la scelta dei versi più indicati da inserire nei vari brani, è risultato prezioso. 
Continua così il cammino che l’anno scorso ci ha visti affiancati da Mimmo Paladino e Margaret Mazzantini. L’Arte con la maiuscola duetta con le Istituzioni perseguendo il suo fine più alto, la ricerca della Bellezza, intesa non quale mera estetica, bensì come strumento di divulgazione, di valorizzazione, di educazione. 
Il Calendario Storico dei Carabinieri, dal 1928, non chiede che di offrirsi come un regalo agli occhi di chi lo sfoglierà. Confidiamo perciò di aver confezionato ancora una volta un oggetto gradevole alla vista, piacevole nella lettura, toccante se il pensiero volerà più lontano, sul tappeto magico dei dipinti e delle parole, verso le storie ivi racchiuse e le persone che le hanno vissute, silenziose custodi di Valori. Da quasi un secolo il Calendario è una parte di noi, un simbolo dell’Arma al pari della Fiamma e degli Alamari. Scandisce i nostri anni, che scorrono veloci anche quando i giorni sono lunghi. Viviamo un periodo difficile, è noto a tutti. Ne abbiamo fatto cenno anche qui, nel mese di apertura, atto dovuto alle vittime, ai malati, ai soccorritori, e, insieme, auspicio di un rapido superamento. Sappiamo infatti che, proprio nei momenti peggiori, emergono le migliori qualità: vale per gli individui, ma pure per le Istituzioni. 
Il 2021 è alle porte e si trascina dietro, inevitabilmente, un carico di dubbi e domande. Da Carabinieri, possiamo offrire al riguardo una sola certezza. Contate i mesi, controllate i giorni uno ad uno. Guardatevi intorno mentre passeranno. La nostra uniforme sarà lì, al vostro fianco, in ogni momento. Come sempre, del resto, sin dal 1814. 

Agenda dell’Arma 2021 
L’Agenda dell’Arma dei Carabinieri compie il suo 42° compleanno (risale infatti al 1979 la prima edizione). 
All’interno il “diario” è su base settimanale, con possibilità di rinvio a un’ampia parte destinata alle note. 
Le informazioni sui Comandi dei Carabinieri e sui reclutamenti sono rese fruibili attraverso codici QR, leggibili con smartphonee tabletche rimandano alle pagine del sito www.carabinieri.it e dei social network istituzionali. 
Altri codici QR consentono l’accesso a varie notizie sull’Arma, sulla sua storia e sui periodici “Il Carabiniere” e la “Rassegna dell’Arma”, #Natura e il “Notiziario Storico”. 
Vi è poi l’ampia rubrica sulle date importanti che ripercorre la storia dell’Istituzione. 
L’inserto monografico quest’anno è dedicato al tema “Pinocchio e i Carabinieri”. 
La scelta culturale celebra l’opera di Collodi proprio nella declinazione di questo importante legame, ricordandone la ripercussione in tutte le arti. 
Un viaggio arricchito dai preziosi inserti curati dalla Prof.sa Marina D’Amato, dallo storico d’arte Claudio Strinati, dal regista Matteo Garrone e dal Presidente della Fondazione Collodi Pier Francesco Bernacchi. 
La presenza integerrima dei Carabinieri, imponente e austera, che suscita rispetto, rappresenta, fin dalle prime pagine della storia, la vicinanza e la prossimità in grado di restituire bonariamente a Geppetto il primo burattino scappato via, per arrivare poi a raffigurare emblematicamente la giustizia stessa e il rispetto delle regole. 
L’agenda 2021 concede un nostalgico tuffo a ritroso nell’infanzia, ma con la responsabilità di esser diventati grandi, tale da permettere la lettura dell’opera con occhi diversi e percepirne quelle sfumature che spesso la giovane età impedisce di cogliere. 

Presentazione Calendario Storico 2021 

1^ PAGINA DI COPERTINA 

Nella copertina viene posta in risalto, oltre all’iconografia classica dell’Arma, l’immagine di una farfalla. La presenza dell’insetto rimanda a un passo del Purgatorio in cui Dante, alla vista dei superbi, rammenta ai vivi che il nostro corpo racchiude l’anima, come il verme divenuto crisalide contiene la farfalla; quando il bozzolo si schiuderà, cioè quando giungerà la morte e l’anima si libererà, l’angelica farfalla, davanti a Dio, non dovrà recare i segni della passata esistenza di insetto. 

Si tratta di un monito a non peccare, perché il destino ultimo dell’uomo è quello di salvare l’anima per la vita eterna in Paradiso. 
Purgatorio Canto X 
O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne’ retrosi passi; non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi? 

2^ PAGINA DI COPERTINA: IMMAGINE “NEI SECOLI FEDELE” 
INTRODUZIONE DEL SIG. COMANDANTE GENERALE 


GENNAIO

l Carabiniere, svolgendo il suo servizio nel corso dell’attuale emergenza sanitaria, illumina il cammino del cittadino, smarrito nella solitudine più nera, come colui che porta dietro di sé un lume per favorire chi lo segue e non sé stesso. 

La neve di gennaio dell’altopiano del lontano 1918 ricordava sempre il nonno Vincenzo. 

Ma ti sembra? In quella guerra aveva visto alla fine “la meglio gioventù” d’Italia lasciare sul campo 600.000 caduti e dovette assistere subito dopo a un’influenza, la spagnola, che sterminò 50.000.000 di persone in tutto il mondo. E non è finita. Uno pensa che nell’epoca della tecnologia, della chimica avanzata, della microbiologia non dobbiamo trovarci con una specie di super influenza che ammazza centinaia di migliaia di persone. A peste, fame et bello, libera nos domine dicevano le rogazioni. Di guerra e di fame ne abbiamo avute in quantità: ci mancava anche la peste! Il nostro sistema sanitario è fra i migliori del mondo ma chi si aspettava una malattia così tremenda? E se fosse scoppiato il panico? Come far fronte alla necessità di farmaci, respiratori, bombole da ossigeno e anche solo mascherine a migliaia, milioni. Ma quando ci si deve battere contro un nemico subdolo, sfuggente e micidiale che si fa? Si mobilitano i medici, gli infermieri, gli autisti con le loro ambulanze. E se non basta? I Carabinieri! Siamo abituati noi a inondazioni, terremoti, valanghe, ma anche a combattere contro un nemico invisibile.

Quando si è fatto di tutto, che si fa? Si ricorre ai simboli. Mi chiamo Alighieri, Donato Alighieri, e il poema lo so tutto a memoria perché le parole del nostro poeta sono per me ispirazione di coraggio, di inventiva, di generosità:

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte

Mi vengono i brividi: anche noi eravamo nella notte più scura, ma cercavamo di illuminare il cammino altrui. Quanti anziani vedevamo spegnersi senza la parola di un figlio, un nipote, una sposa. La solitudine più nera li circondava. Noi tenevamo alta la fiamma sul berretto perché si vedesse che qualcuno faceva luce, affinché chi si era perso potesse ritrovare il sentiero. 

FEBBRAIO 

Il nostro protagonista si presenta al lettore, al quale narrerà le proprie vicende di servizio che iniziano proprio con il suo giuramento di fedeltà alla Repubblica. 

Faceva freddo in quel febbraio terso e ventoso nel piazzale della scuola di Torino, quando facemmo il giuramento. 

Per me giurare non è mai stato un pro forma. Si giura su un libro sacro, sulla testa di un figlio, sulla memoria dei propri genitori e sulla fedeltà alla propria Patria e idealmente sempre con la mano sul cuore. E io giurai per questo. 

Indossavo l’uniforme più famosa e imbracciavo l’arma che mi dà il nome. Poi risuonò una domanda pesante come un macigno: Lo giurate voi? Giurai. Lo farei ancora? Ho risposto con una vita. Ci penso spesso e spesso penso al verso del poeta:

Poca favilla gran fiamma seconda.

Dopo il corso mi mandarono a Roma, al Reparto Servizi Sicurezza. Ero giovanissimo, facevo il piantone e guardavo con ammirazione chi protegge persone di grande valore. Il valore non va sprecato perché è cosa rara, chi ha mostrato tale e tanto coraggio da divenire bersaglio dei malvagi merita rispetto. Fra noi c’era un Maresciallo che si chiamava Leonardi. Lo sguardo limpido, gli strinsi la mano. Bruciava. Capii molte cose quando lo vidi cadere. Consultai il nostro immenso Poeta: che cosa mi avrebbe detto?

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’io vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’io v’ho scorte.


Come il Poeta nella sua “selva oscura”, anch’io avrei camminato per tutta la vita avendo accanto la morte, al fianco di tanti amici e colleghi. La morte è annientamento totale. Se lasciamo perdere la retorica: chi muore non c’è più. 

Doveva esserci una via di scampo: del ben ch’i vi trovai. Perché quando uno di noi muore tanti, tantissimi vivono. Ma quasi mai ci facciamo i conti. 

MARZO

Il M.llo Alighieri ricorda la morte del suo amico e collega M.llo Oreste Leonardi, barbaramente ucciso nel corso del rapimento di Aldo Moro. L’evento scosse parecchio la collettività, così come fece la strage di Montaperti del 1260. Il sangue versato all’epoca tinse tanto di rosso il fiume Arbia al punto da stimolare profonde riflessioni nella comunità fiorentina, e indurre il desiderio del superamento delle divisioni, nell’idea superiore dell’amor di Patria.

Come alle Idi di Marzo, vollero colpire il cuore dello Stato. 

Quel giorno ho piantoin silenzio, per la tragica fine del mio maestro: ilMaresciallo Leonardi.Ho i suoi occhi fermi e fieri impressi nella memoria, lo sguardo di un uomo che morirà è un’esperienza che non si dimentica più, perché quell’uomo è uno di noi. È un anticipo della nostra morte. 

Leonardi era il capo della scorta di Aldo Moro,anche luipoche settimane dopo barbaramente sacrificato e fatto ritrovare accartocciato dentro una utilitaria rossa. Ma io quel giorno pensavo ai colleghi della Pubblica Sicurezza e a Domenico,un altro Carabiniere padre di famiglia. Erano morti tutti. Vite sacrificate nel tentativo estremo di proteggere un grande Uomo di Stato. La follia del gruppo terroristico delle“brigate rosse” ormai teneva in ostaggio l’intero Paese, uccidendo chiunque si opponesse alle teorie deliranti pseudo rivoluzionarie: giornalisti, sindacalisti, accademici, amministratori.

Ero un giovane sottufficiale,mi addestravano per proteggere e investigare ma il dolore per la perdita ingiusta di un padre professionale era insopportabile.

Quell’epilogo era in un atto violento e inutile. Nel sangue. Mi chiedevo quanto sarebbe durata l’atmosfera di quegli anni di piombo, quando dietro ad ogni angolo di strada poteva aspettarti la morte. Capii che il terrorismo è una forma di tirannia senza senso in cui chi uccide vuol dimostrare che è capace di uccidere.
Trovai quell’atmosfera nei versi del nostro Poeta: 

Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio».


Il Poeta più volte si duole amaramente delle lotte fratricide che arrossano le acque dei fiumi,presenti purtroppo anche nel tempo in cui vivo. Se lo scontro fosse stato invece un confronto dialettico, moltissime vite innocenti sarebbero state risparmiate. Fui certo, leggendo, di aver fatto della mia vita la scelta giusta.

APRILE 

L’operazione di servizio condotta nei confronti degli adulteratori di vino richiama all’attenzione del M.llo Alighieri quel demone nero che, lasciato cadere nella pece un barattiere (uomo corrotto) lo affida ai diavoli “Malebranche”, poiché deve andare a prendere altri come lui, di cui il mondo è pieno. 

Di tutto mi pensavo quel giorno di aprile dell’86, fuorché un impegno di indagine nel campo dell’adulterazione del vino. Ero in servizio in Piemonte e ripenso spesso a quel mese di controlli fra le vigne e le storie di veleni, sotto il cielo strano della tragedia lontana di Cernobyl. Nei film il Maresciallo dei Carabinieri si occupa di indagare su loschi individui, ladri, malviventi e omicidi, non certo di zuccheri e vini. E invece questo reato si andava sviluppando alla grande nel nostro Paese; per quale motivo? Semplicemente per fare soldi. Mettere zucchero per alzare la gradazione alcolica produceva un vino di maggior corpo e valore sul mercato. Ma quella volta diversi produttori esagerarono e se lo zucchero aveva un costo notevole, un’altra sostanza, il metanolo, costava meno e produceva più gradazione alcolica. 

Mi veniva in mente un verso di Virgilio “quo non mortalia pectora coges sacra auri fames”, a cosa non spingi il cuore degli uomini maledetta fame dell’oro. Ma anche i versi di Dante: nella Quinta Bolgia dell’Inferno, dove sono puniti i barattieri immersi nella pece bollente e circondati da demoni neri chiamati Malebranche. Ma chi erano i barattieri? Erano coloro che si guadagnavano da vivere con mestieri turpi e vili. La baratteria dunque era frode e inganno che si creava nei contratti e nei commerci.

…« O Malebranche,
ecco un de li anzian di santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra, ch’i’ ho ben fornita:
ogn’uom v’è barattier…»


Mi colpiva la coincidenza fra questi signori e i loro antichi predecessori del XIII secolo che Dante aveva messo all’Inferno perché non era bastato loro il guadagno onesto. Per i moderni barattieri c’era un problema che non avevano considerato: il metanolo era tossico per le persone. Alcune ne morirono, altri perdettero la vista. Seguì uno scandalo enorme che danneggiò l’economia italiana e l’immagine dei nostri produttori di vino in tutto il mondo. Ricordo la capacità di reazione dell’Arma, i NAS si diffusero su tutto il territorio a tutela della Salute Pubblica, per perseguire chi non si accontenta del giusto e dell’onesto.

MAGGIO 

Nel corso dell’esperienza in un reparto del Comando Tutela Patrimonio Culturale, il M.llo Alighieri arresta un giovane resosi responsabile del furto di un’opera di Giusto de’ Menabuoi, ai danni di un museo. L’occasione rammenta al militare gli ingegni ingannatori di Ulisse e Diomede, le cui anime furono costrette a bruciare in un'unica fiammella, poiché responsabili del furto del Palladio. 

L’Italia è lo scrigno di immense bellezze. Maggio con la sua primavera inoltrata faceva da cornice pregiata a quegli infiniti patrimoni creati nei ventotto secoli della sua storia, prede ambite da invasori e predoni. Ero al TPC da un po’, un’eccellenza e punto di riferimento nel mondo, a cui ero molto orgoglioso di appartenere, e mi piacevano le indagini complesse, quando fui messo alla prova dopo la scomparsa di un gioiello pittorico su tavola che rappresentava Sant’Ambrogio, meravigliosa opera di un artista medievale, Giusto de’ Menabuoi, contemporaneo di Dante Alighieri. La piccola tavola era conservata nella pinacoteca di Bologna, a due passi dal nostro Comando. 

A quel punto assieme ai colleghi ci gettammo alla caccia. Le dimensioni di quel minuscolo capolavoro si prestavano bene alla ricettazione.

Mi applicai subito ad esaminare il video delle telecamere di sicurezza e l’osservai con la massima cura. Esiste una tipologia, come dire, lombrosiana, del ladro, o del furfante? Pare di no. Però osservando un giovanotto che gironzolava nei pressi di un altro museo e che somigliava come un gemello a uno del video mi insospettii. Il resto fu facile: pedinamento accurato, perquisizione della sua abitazione, piena di pezzi trafugati in altri musei. Non potevo non ricordare la bolgia dei fraudolenti:

«…E dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fe’ la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta ».


È la fiamma duplice che contiene Ulisse e Diomede suo amico che rubarono la statua di Pallade Atena che proteggeva la città. Più oltre Dante crea nel suo poema il più grande monumento a Ulisse mai eretto. Ulisse che spinge la sua nave fino all’Oceano, quella nave che solo il pugno di Dio può inabissare.

GIUGNO 

Il M.llo Alighieri, in occasione della sua premiazione durante la Festa dell’Arma quale migliore Comandante di Stazione d’Italia, si emoziona e rivive i momenti più significativi della sua carriera. In particolare, il grido del suo giuramento: un vento potente, fonte di onore, come il grido di Dante che, consigliato dal Cacciaguida, compie la propria missione poetica, rivelando tutto ciò che ha visto nel suo viaggio ultraterreno. 

Non dimenticherò mai quel cinque di Giugno a Piazza di Siena quando si celebra la Festa dell’Arma. Attorno lo splendore di Roma, l’Urbe, la Città che non morirà mai. Io, piccolo uomo ricordo i miei mesi e i miei anni, attorno vedo lo scorrere dei secoli e dei millenni.

Ci sono momenti in cui ci rendiamo conto di come abbiamo speso i giorni della nostra vita. Volgiamo lo sguardo al cammino che abbiamo percorso, alle speranze che avevamo coltivato, agli ideali che ci eravamo prefissi di realizzare. Sono i momenti, per un servitore dello Stato, dei ricordi e delle avventure con i nostri compagni di viaggio. 

I miei superiori hanno voluto riconoscere il mio impegno, che in realtà era solo il mio dovere, ma anche i miei sentimenti. Hanno preparato un premio per me, come quando da bambini i miei genitori festeggiavano un successo a scuola o in una gara di noi piccoli atleti.

I miei superiori nelle loro uniformi impeccabili e il Ministro della Difesa a rappresentare il Governo erano presenti. Impettito mi sentii fremere, come sempre, alle note dell’Inno nazionale. Mi parve di sentire la mia voce che, trentadue anni prima, pronunciava il giuramento. Allora non mi vennero i lucciconi agli occhi come adesso: ero giovane, duro. Oggi è diverso. Mi premiano per essere stato fra i migliori comandanti di Stazione ed è il Comandante Generale a darmi ufficialmente questa grandissima soddisfazione. 

Ricordo tutte le sedi, le città del nord, del centro e del sud di questo mio Paese, le persone che ho incontrato, la gente che mi ha stimato e mi ha dato la sua fiducia.

Mi risveglia dai ricordi l’ordine di “Carica!” del carosello dei Carabinieri a cavallo, mentre il frastuono dei magnifici destrieri mi richiama i versi del nostro immenso Poeta:

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.


Mi piace pensare che il grido sia ancora quello del mio giuramento, un vento capace di urtare le cime. E che, come per Dante nella profezia di Cacciaguida, il mio dire e il mio fare siano fonte di onore. 

PAGINONE CENTRALE 
versetti meramente descrittivi Il poeta Sordello da Goito non parlava con i passanti, sebbene lasciasse che si avvicinassero a lui, ma si limitava a muovere gli occhi come fa un leone in riposo, da cui scaturiscono dignità altera e sovrana pacatezza. Purgatorio Canto VI 
a guisa di leon quando si posa Dante e Virgilio entrano nel silenzioso e oscuro bosco dove le anime dei suicidi sono tramutate in arbusti contorti e senza frutti. Da uno di essi, appena Dante avrà spezzato un ramo, uscirà la voce di Pier delle Vigne, protonotaro e logoteta dell’imperatore Federico II di Svevia.

Inferno Canto XIII 
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti
La serpe che si insinua nelle tentazioni, luoghi disarmati delle virtù e delle grazie di Dio, lo fa volgendo la testa di quando in quando e leccandosi il dorso. Essa sarà messa in fuga da due angeli che calano in basso e fendono l'aria con le ali verdi, per poi tornare là da dove erano giunti.

Purgatorio Canto VIII 
volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso 
Una piccola scintilla può dar luogo a un vasto incendio. Dante invoca l’aiuto di Apollo per portare a termine la descrizione di quanto ha visto nelle meraviglie celesti, augurandosi che altri, dopo di lui e con maggior valore, pregheranno per invocare l’aiuto della divinità. Paradiso Canto I 
Poca favilla gran fiamma seconda 

Così Dante definiva l’Italia, a partire da quell’unico e dolcissimo suono dell’affermazione che diventa identità e appartenenza, quella italiana.

Inferno Canto XXXIII 
Del bel paese là dove ’l sì suona 

LUGLIO

L’odioso reato della truffa ai danni degli anziani da parte di delinquenti travestiti da dipendenti delle aziende distributrici di energia, richiama al M.llo Alighieri Mirra, personaggio dell’antichità classica che commise gravi peccati mutando la sua forma.

La bassa padana, che è un luogo accogliente, a luglio diventa un inferno con temperature torride e umide per via del Po. Gli abitanti, gente simpatica e gioviale, d’estate cercano di distrarsi sotto i portici davanti ai caffè a giocare a carte. E non nascondo che qualche giro di briscola o una mano o due di tressette me li faccio volentieri anche io, così posso anche tastare il polso alla gente. Niente di che, le solite cose: la calura che non se ne può più, che non si arriva a fine settimana perché i prezzi crescono sempre. Inoltre dal portico si butta un occhio sulla strada per vedere chi passa.

“Ma guarda che strano” disse il mio avversario a tressette. Era il Ballotta, concessionario di automobili.
“Che cosa?” gli feci eco.
“E’ un po’ che gira quella Peugeot di una concessionaria di Cuneo. Un po’ fuori mano, eh Maresciallo?”
“Che fai, mi rubi il mestiere?” scherzai. 
“E poi ieri i due a bordo avevano la tuta di operai dell’ENEL”.
“Accidenti, sono loro! Abbiamo già denunce per questi malandrini che si fingono mandati dalla compagnia elettrica a riscuotere soldi da persone molto anziane. Vediamo se riusciamo a beccarli sul fatto!”

Chiamai al cellulare Antonino Benelli, un giovane carabiniere piuttosto sveglio: “Nino, ci sono all’opera quei farabutti che si approfittano degli anziani per derubarli. Sono due. Prendi la via Parini, io vengo da via Giordano Bruno e li becchiamo!” Corsi fuori mentre il Ballotta mi indicava dove aveva visto passare i due imbroglioni: “Di là, Maresciallo!”

Misi subito in moto l’Alfa mentre uno dei due che faceva il palo dalla finestra diede l’allarme e subito si precipitarono per le scale. Uscirono in strada e come mi videro corsero in direzione opposta dove forse avevano parcheggiato la macchina. Ma nello stesso tempo spuntava Nino e li incastrammo come polli.

Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro, che là sen va, sostenne

Così mi vennero in mente, mentre scrivevo il verbale d’arresto, i versi di Dante, ché cambiarsi i connotati è pessima abitudine e quasi sempre finisce in male.

AGOSTO 

Ricordando il proprio intervento in occasione dello sbarco di albanesi, occorso a Bari nell’agosto del 1991, il M.llo Alighieri pensa a una terzina di grande intensità, in cui viene descritta l'angoscia di ogni esule, costretto a lasciare la propria patria e le cose più care, per andare a cercar fortuna in luoghi sconosciuti. Anche Dante dovette abbandonare ogni cosa più amata provando com'è doloroso accettare il pane altrui e com’è gravoso mettersi al servizio di vari signori. 

C’ero anch’io sotto il sole di Agosto, quando dalla Vlora che aveva fatto un trasporto di zucchero da Cuba sbarcarono nel porto di Bari ventimila Albanesi. Non eravamo preparati a quell’improvviso avvenimento e alla quantità di persone che volevano sbarcare in massa: mai, dall’unificazione d’Italia, c’era stato uno sbarco così grande né mai ve ne furono in seguito.

Era quello, per quei disperati, il sogno italiano? Era quello il Paese che cantava nei festival? Quello il gioco spettacolare negli stadi, i film dei grandi registi, delle belle attrici? Le arene piene per l’Aida? 

C’era disperato bisogno di acqua e di cibo. Salii e dall’alto ebbi la vista di quell’ orribile brulicare. Ogni ora di quella tortura poteva mettere in ginocchio chiunque. Si calavano dai parapetti della nave e a metà della fiancata si lasciavano cadere in mare rischiando di morire.

Sentivo solo voglia di aiutare. Temevo ad ogni momento che qualcuno potesse morire. Alcuni di loro erano fragilissimi: ragazzini, vecchi, donne incinte. Ma avevamo anche degli ordini: se tutta quella gente avesse travolto la recinzione non li avremmo più trovati. Madri che avrebbero perduto i figli, ragazzi che avrebbero cercato i fratelli, i genitori. D’un tratto vidi qualcosa che mi gonfiò il cuore: un uomo con il volto bruciato dal sole spietato, con sulle spalle un bambino di forse cinque, sei anni atterrito. Dietro, una sedia a rotelle spinta da una donna sfinita, con sopra un vecchio esausto, assetato. Avevo già visto quella scena! Era l’icona del profugo che fugge con ciò che resta della sua famiglia. Era l’icona di Enea ritratto con il vecchio padre infermo, il suo bambino con gli occhi pieni di lacrime, la sua sposa svanita nella folla, dissolta come un soave fantasma. Era l’immagine indelebile e imperitura di Enea, che continua a vivere e vivrà in eterno perché Troia brucia oggi e sempre. 

Lasciai andare Virgilio e mi sembrò di vedere il mio Dante che all’esilio aveva dedicato versi strazianti:

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.


SETTEMBRE 

Indagare per la triste vicenda che vide una giovane donna della provincia tarantina barbaramente uccisa dalla propria cugina, sol perché più bella, richiamò al M.llo Alighieri la nobildonna Sapìa Salvani di Siena, la quale, accecata dall’invidia nei confronti di suo nipote Provenzano, famoso condottiero, desiderò la sconfitta della sua città e se ne rallegrò. 

L’aria ferma di settembre mi inquietava, non mi piaceva quella domanda: chi l’ha vista? Quando sparisce qualcuno l’intero Paese si mette a indagare dove mai sia finito: le trasmissioni televisive invitano specialisti, il conduttore si fa approntare un modello per mostrare dove è caduto il presunto morto o dove è nascosto, quale l’arma del delitto, se ve n’è stata una. Si interrogano in trasmissione gli amici. La ragazza scomparsa, Sara, aveva una cugina. 

Mi buttai sul groviglio di ipotesi per capire dove fosse finita la ragazza. Pensavo che spesso in queste vicende ci sono torbide storie familiari. Le carte sul tavolo erano due donne poco più che adolescenti: donne di che? Di denari? Troppo giovani; di spade? Perché mai? Di coppe o di bastoni? Due cugine che chiacchierano sulle compagne di scuola e sui ragazzi: chi è più carino, chi è più bravo, con chi si vorrebbe uscire se ci fosse l’occasione? Lo zio di Sara era ormai oggetto di sospetti. Per quali motivi? Perché, penso, aveva lavorato in Germania come necroforo e perciò intimo con i morti. Orribile e improbabile! In tv paesaggi pugliesi accecati dal sole fra gli oliveti. A conti fatti si scoprì che ero arrivato vicino al bersaglio, quando il primo giorno ero andato a sentire la cugina di Sara, Sabrina. Il corpo di Sara ce l’avevo sotto i piedi, sepolto sotto il pavimento, poi gettato in un pozzo. Lo zio trovò il suo telefonino, lo misi alle strette e ammise di essere stato lui a uccidere la ragazza. 

La versione non convinse né me, né i colleghi del RIS. Il movente, incredibilmente, era l’invidia. La bruna era terribilmente invidiosa della bionda cugina: più giovane, più snella, più affascinante, così la percepiva e non a caso. 

Il giorno della sentenza, in tribunale, ricordai i versi di Dante dedicati a una somma invidiosa, la senese Sapìa che si rallegrò delle disgrazie della sua città anche se comportavano la propria: 

Savia non fui, avvegna che Sapia
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.


OTTOBRE 

Nella terzina, Beatrice spiega a Dante il suo elevarsi verso il Paradiso, talmente veloce che nessuna folgore, cadendo dalla sfera del fuoco in basso, fu tanto rapida quanto lui che ora torna al luogo che gli è proprio (il Paradiso). Questo concetto richiama l’elevazione del M.llo Alighieri, il quale, per osservare “da una luce diversa” le devastazioni provocate dalla tempesta Vaia, si stacca dalla terra per raggiungere rapidamente il cielo, a bordo di un elicottero. 

La Val Seriana a ottobre è un luogo stupendo: l’aria leggera, i borghi e i masi, i muretti di pietra, i cani pastori bergamaschi che quasi non vedono per i peli che gli coprono tutto il muso e gli occhi. Ero stato trasferito a fare gli ultimi anni di servizio in quel luogo meraviglioso che profuma, che vedi le cascate di gerani di fine estate dai balconi delle case e i caffè con i vecchi che si ricordano la loro vita, quella dei padri e dei nonni.

Ma l’autunno in montagna può essere malandrino, con quei bei pomeriggi limpidi come i laghetti che occhieggiano tra i boschi e i prati. E il 26 del mese un tremendo fortunale si scatenò, prese la rincorsa da tutto il nord est per poi aggredire la bergamasca, che mai aveva visto un simile disastro con vento a duecento chilometri l’ora. Uno dei più bei paesaggi di quel bellissimo angolo d’incanto fu devastato per più di 40.000 ettari di boschi. I colleghi del comparto forestale, non ebbero che da contare le spaventose perdite: 14 milioni di alberi strappati dalla terra. 
Peggio che un incendio, se non che forse le creature del bosco almeno in parte si salvarono. Mai vista una simile catastrofe. 

Per guardare dall’alto quell’orrore, non potei che salire in elicottero e come ogni volta che sono in aria ricordavo la voce del Poeta che narra il suo volo veloce in Paradiso:

«…Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi».

Ma la natura se aiutata fa il suo corso in fretta e i nostri colleghi che avevano compianto tante piante morte seminarono la gioia con le nuove creature della natura. 

E pure su quella immensa, distesa desolata, tornò la primavera e con essa milioni di semi a riportar la vita, migliaia e migliaia di alberelli là dove la tempesta “Vaia” aveva massacrato, e a vedere il rifiorire ricordai i versi:

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io uscii fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.


NOVEMBRE

“Gloria nell’alto dei cieli” è la frase che il M.llo Alighieri udì pronunciare da una vecchietta quando ritrovò il suo “Santo” tra le statuette recuperate dopo il terremoto dell’Irpinia dell’80. 

Un urlo simile venne emesso dalle anime degli avari quando il monte del Purgatorio venne scosso da un violento terremoto, placatosi in coincidenza delle preghiere. Dante riprenderà pensieroso il cammino che aveva interrotto per la scossa, assillato dal desiderio di conoscere la ragione di quello strano fenomeno.

Camminavo sulle rovine quel novembre dell’80 e forse ero troppo giovane per capire come, una notte in Irpinia, un urto titanico fra placche sismiche fece arrivare fino in superficie una scossa che rase al suolo decine di centri abitati, capolavori di una architettura povera e antica ma di un fascino meraviglioso.

Ero diretto a un piccolissimo villaggio con la mia squadra del battaglione, la strada serpentina e difficilissima: uscito da una curva mi trovai, ferme nel buio in mezzo alla strada, due Land Rover con le insegne di una spedizione archeologica.

“Ragazzi, ma avete voglia di morire?” dissi un po’ seccato. “Che ci fate in mezzo alla strada a quest’ora?”
Erano quattro giovani professori volontari per il recupero delle opere d’arte, specialmente quelle statue lignee e policrome tipiche del territorio. Fermi, stupiti alla vista di una grande chiesa di cui era rimasta solo l’abside, con spettacolari affreschi. Dapprima quei professorini ci fecero un po’ ridere, ma dovemmo ricrederci. Grazie a una semplice cartolina illustrata, si misero a raccogliere tutti i pezzi della facciata della chiesa madre e a ricomporla in orizzontale. Ogni sera li scortavamo fino a una chiesetta piccola ma ancora intatta, dove portavano le statue che avevano raccolto durante il giorno.

Una notte, mentre uno dei giovani archeologi stava chiudendo la porta della chiesetta con la chiave assieme a me, uscita improvvisamente dal buio apparve una vecchietta che cercava il suo Santo. Cercammo di persuaderla a tornare il giorno dopo ma non ci fu verso. Il professorino a quel punto aprì. La vecchietta entrò e restò stupefatta: mai aveva visto tante Madonne e tanti Santi in un posto solo e prese a cercare febbrilmente finché trovò il suo! Cadde in ginocchio piangendo e pregando, chiedendo al suo Santo la grazia di cui aveva disperato bisogno. La guardavo in silenzio e pensavo ai versi del poeta: 

‘ Gloria in excelsis ’, tutti, ‘ Deo ’,
dicean, per quel ch’ io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.

Si asciugò le lacrime, ci ringraziò a lungo tentando anche di baciare la mano al professorino, poi sparì nel buio delle macerie dove aveva perduto tutto.

DICEMBRE 

Il M.llo Alighieri, nel corso delle ricerche di una coppia di giovani che aveva fatto perdere le proprie tracce, rammenta la passione degli amanti Paolo e Francesca, talmente potente da indurli a perseguire la soddisfazione dei loro piaceri contro ogni regola, a rischio della propria vita. 

Faceva un freddo tremendo a Dicembre nella valle coperta di neve, quando arrivò alla nostra Stazione una signora straniera a denunciare la scomparsa della figlia che non si era fatta viva da oltre trentasei ore. Ascoltai quello che aveva da dirmi e poi scatenai i mei uomini a setacciare il territorio. A bordo della Land Rover di ordinanza, correvo abbastanza veloce con alle spalle due altri mezzi, per separarci quando fossimo arrivati nelle vicinanze della scomparsa e del suo ragazzo di cui avevamo appena ricevuto notizia. Intanto mi colpì una tabella stradale che indicava la direzione dei “Laghi Gemelli”. Mi volsi verso il brigadiere Ferretti: “Questa storia non mi piace per niente. Dove avete localizzato la cella del telefonino della ragazza?”

“Dalle parti dei Laghi Gemelli” rispose Ferretti.
“Ecco!” esclamai “Proprio la stessa cosa !”
“Che intende dire, Maresciallo?”
“E’ una vecchia storia. Nel comune vicino di Branzi c’era una ragazza di famiglia benestante che si era innamorata di un povero pastore. Per i due innamorati non c’era speranza: la ragazza era già fidanzata ad un ricco possidente, ma i giovani non si erano arresi ed erano fuggiti insieme, di nascosto. Anche allora partirono le ricerche ma i due ragazzi, che non volevano essere scoperti, scapparono e il buio pesto fece il resto. Si misero a correre su un sentiero dirupato e precipitarono in un burrone dove poi si sono formate due conche che la neve a primavera ha trasformato in due laghetti gemelli.”

Proseguimmo in silenzio, preoccupati, scendeva la neve leggera sui laghetti completamente ghiacciati. Ormai era buio e non si vedeva più niente. Spazzammo tutta l’area con le torce elettriche e intravidi una tenda dove, rannicchiati in una coperta di pile trovammo, un po’ intirizziti, i due ragazzi. A Natale c’è voglia di cose buone, la buona notizia si sparse subito nella valle e mi trovai ben presto davanti ai microfoni di una radio e questa volta fu anche troppo facile citare il sommo poeta:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.


IMMAGINE “CUORE NERO” 

3^ PAGINA DI COPERTINA: IMMAGINE “RICOMPENSE ALL’ARMA DEI CARABINIERI” 

4^ PAGINA DI COPERTINA 
Le stelle richiamano la simmetria con cui Dante chiude ogni Cantica. 
“e quindi uscimmo a riveder le stelle.” - Inferno Canto XXXIV 
“puro e disposto a salire a le stelle.” - Purgatorio Canto XXX 
“l’amor che move il sole e l’altre stelle.” - Paradiso Canto XXX 
Tale rispondenza, non solo di carattere testuale, dimostra che il viaggio del Sommo Poeta non riguarda esclusivamente l’aldilà, con tutte le sue sfaccettature, ma anche il legame della dimensione ultraterrena con la vita reale. Una relazione che diventa tangibile attraverso il viaggio nel cuore di ogni essere umano. Nell’Inferno, quest’ultimo assiste a tutto il male e a tutta la disperazione dei peccatori, maturando il desiderio di vederla svanire. Nel Purgatorio si purifica proprio da quel dolore, vedendo nascere in sé un nuovo desiderio, che va oltre. Infine, nel Paradiso, egli raggiunge Dio, lo guarda e trova sé stesso, facendo ritorno al presente. 

PINOCCHIO E I CARABINIERI

Quest’anno la tradizionale agenda dell’Arma è dedicata al celebre racconto di Pinocchio che dalla sua origine mantiene un legame indissolubile con i Carabinieri.

Lo abbiamo scelto anche per celebrare i 140 anni dalla sua prima apparizione pubblica. L’opera di Carlo Lorenzini, conosciuto come Collodi, apparve infatti come “la storia di un burattino”, un racconto stampato a puntate, per la prima volta nel 1881. La pubblicazione vera e propria come un volume completo seguì pochi anni dopo nel 1883, peraltro accompagnata dalle illustrazioni dell’ingegnere con la passione del disegno, Enrico Mazzanti.


Pinocchio e i Carabinieri
(clicca per vedere lo speciale)

In moltissimi altri illustratori e artisti, si cimenteranno nella sfida di raccontare per immagini le vicende del burattino, quasi tutti i più importanti maestri, in circa un secolo e mezzo di storia, hanno dato il loro prezioso contributo per trasformare le parole in immagini. Dal piemontese Vittorio Accornero al tedesco Kurt Wiese, dal
bergamasco Giovan Battista Galizzi al campano Mimmo Paladino, un tripudio di immagini che ha accompagnato l’infanzia di milioni di persone. Una sfida artistica che ha visto centinaia di pittori e disegnatori in tutto il mondo che sarebbe impossibile citarli tutti.

La storia di Pinocchio ebbe immediato successo e il pubblico se ne innamorò. Quell’opera con un avvincente registro narrativo e un suggestivo susseguirsi di immagini letterarie, tra le mille sorprese, regala uno spazio senza tempo all’iconografia dei Carabinieri. Una forza evocativa capace di imprimere un ricordo indelebile e di creare un binomio artistico e culturale ancora oggi inscindibile: Pinocchio e i Carabinieri.

La scelta culturale di quest’anno va proprio in tale direzione, per celebrare l’opera di Collodi anche nella declinazione del rapporto con i Carabinieri, ricordandone le ripercussioni nel mondo dell’arte, anzi in tutte le arti.

È un viaggio di approfondimento che viene proposto attraverso alcune immagini particolarmente significative dal punto di vista artistico, arricchite con le descrizioni e le integrazioni di approfondimento che i nostri prestigiosi ospiti ci hanno offerto.

Sappiamo quanto sia fortemente radicata nell’immaginario collettivo l’immagine di Pinocchio e i Carabinieri. La partecipazione dei Carabinieri nel racconto ricorre come una presenza integerrima, imponente, austera, che incute timore e rispetto ma mai paura, anzi fin dalle prime pagine rappresenta la vicinanza e la prossimità in grado di restituire bonariamente a Geppetto il proprio burattino scappato via, per arrivare poi a raffigurare emblematicamente la giustizia stessa e il rispetto delle regole. Potremmo così riconoscere in Pinocchio anche il valore etico di un autentico testo di educazione civica per bambini che ha contribuito a creare un forte senso di rispetto per le Istituzioni in milioni di futuri adulti.

Abbiamo voluto concederci un nostalgico tuffo a ritroso nell’infanzia ma con tutta la responsabilità derivata dall’esser diventati “grandi”, che ci permette di leggere con occhi diversi l’opera di Collodi e di percepirne quelle sfumature che spesso la giovane età impedisce di cogliere.

La maturità filtra il racconto di Pinocchio attraverso un prisma capace di scomporne le componenti suggerendo una riflessione più profonda sul libro che ha lasciato un dubbio nella letteratura: è un opera per bambini che fa riflettere gli adulti o un libro di etica e morale per adulti mascherato da racconto per i bambini?

Non abbiamo la risposta ed è forse meglio lasciare che il dubbio continui a sviluppare riflessioni e curiosità verso questo eccezionale capolavoro letterario. Un’opera capace con la sua vivacità dirompente di condizionare tutte le arti e sprigionare in modo straordinario e contagioso la misteriosa energia della vita.


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