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Una triestina alla mezza maratona di Petra:
ecco il resoconto di Linda Simeone


La triestina Linda Simeone il 1 settembre 2018 ha corso la mezza maratona di Petra, nel deserto giordano. Di seguito il suoi resoconto spassionato e divertente resoconto.

Nel silenzio del deserto del Wadi Rum, Giordania, alba.

Sono le tre di una caldissima notte giordana, tato russa beato nella postazione qui accanto a me, ci troviamo nell’albergo a forma di palline con vista aperta sul deserto. Esco a guardare le stelle, c’è una grandissima nube che copre tutto.
Sbuffo un po’, mi sistemo una ciocca di capelli, prendo uno di quei puff da esterno e mi sdraio, allungo e sgranchisco le gambe. Non fa niente se non si vedono le stelle. Per oggi non importa.

Non importa perché io sono una finisher. Una Desert Half Maraton finisher. Ma mica una finisher qualunque. Una quinta di categoria.

Ieri in 3he09 sono riuscita a percorrere 21097 mt nel deserto di Petra. Con 700 mt di dislivello e 40° gradi asfissianti sotto il sole. È la prima mezza maratona che finisco per la quale potrei arrogarmi il diritto di essere Wonder Woman (come capita in compenso tutte le altre volte), ma non lo faccio. Questa gara è stato un viaggio interiore più che una prova di capacità campestre.

Questa volta è stato davvero diverso.

Ci siamo imbarcati a Roma alle 15.15 del 31 agosto, dopo aver incontrato Claudia Costantino foto in aeroporto, tra lo stupore di tutti: come fai a conoscere gente anche qui? Ma io sono la direttrice de Le vie delle Foto. Ma che domande mi fate?
Arrivati ad Amman alle 8.15 ora locale. Un’ora solo di fuso orario da casa.

Siamo saliti nella super jeep di Issa , un bel Toyota da 3900 di cilindrata. Lui sarà la nostra guida in questo viaggio giordano. Punta il navigatore verso Petra. 3 ore e mezza di macchina, a seconda delle buche e delle fermate.
Arriviamo in albergo alle 00.15, tato dorme già da almeno un’ora, lo sistemo, lo cambio, gli infilo il pigiama lo lascio dormire.

Sono sola nella mia stanza, finalmente: apro la busta con i documenti che hanno lasciato gli organizzatori in reception, ecco la mia pettorina. La osservo come fosse il lasciapassare per il paradiso. F465 sarà il mio numero per questa gara.

Cinque minuti di calcolo per capire se la somma dei numeri può dare 23, ma niente, ‘sto giro la pettorina non ha il numero, nemmeno moltiplicando le cifre tra loro.
La frase motivazionale sulla pettorina è “Push your limits”. Spingi oltre i tuoi limiti.

Sorrido: è proprio quello che voglio fare.

Spillo la pettorina sulla maglia, altri cinque minuti di contemplazione su questa che diventerà da domani un cimelio di guerra, rileggo velocemente le frasi che i miei amici hanno preparato… per quanta gente toccherà correre domani.

Preparo i miei calzetti spaiati porta fortuna, uno bianco e uno nero entrambi defaticanti, gli auricolari bose sportivi, la borraccia, le scarpe tecniche per asfalto misto, le ghette per salvare i piedi dall’entrata di sabbia. C’è la possibilità che se corri per 21 km con la sabbia nelle scarpe torni a casa con la pelle viva. Eh no, io il 3 settembre ho da fare, non posso permettermi nessun ospedale riparapiedi.

Sono tre mesi che mi preparo per questa gara impossibile. Non ho bevuto alcoolici (i miei amici ormai si negano quando li chiamo), nessuna schifezza da mangiare, neanche una manciata dei miei amati popcorn, solo tanta frutta e verdura, proteine e carboidrati. In questi mesi ho fatto gli allenamenti sotto il sole a ora di pranzo facendo mille esperimenti: con le ghette, senza le ghette, con le borracce, con le calze alte, quelle basse, con le scarpe normali, con quelle per asfalto misto, insomma. Bisognava provare di tutto un po’. Ma tutto al caldo.

Sono pronta… Devo solo riposare un po’…

La cosa ovviamente non mi riesce fino alle tre del mattino. Ho passato due interminabili ore a girarmi nel letto, a pensare alla prima salita che Issa mi ha detto essere la più faticosa (ma come è possibile, in altimetria segnano come più difficile la seconda, non la.prima!!!) ristudio il percorso, decido di prendere il gel energetico un po’ prima (il gel è un integratore rapido di sali minerali e vitamine che serve per dare delle energie più rapidamente); mi chiedo quando ho comprato la scatola di gel. Se fosse stato qui, Lui lo avrebbe saputo sicuramente e forse non avrei avuto gel scaduto in borsa. Pazienza.

Sospiro. Sarà per un’altra volta.

La sveglia è alle quattro e suona troppo presto. Avrò dormito un’ora. Devo scendere ugualmente. Ho la faccia pestata dal sonno. Sono distrutta. Questo inizio non è dei migliori…
Corro a colazione, pane integrale, miele, intera confezione di marmellata di albicocche, succo di arancia, caffè senza latte, acqua. Meglio berne un po’ di più. Farà tanto caldo dopo. La sala da pranzo è silenziosissima nonostante sia piena di atleti vestiti in modi disparati. La cinese è scesa in pigiama e pantofole con unicorno. Si sente solo qualche tintinnio di cucchiaino su tazza fredda. Sono tutti tesi. Proprio come me.

Torno in camera, mi cambio, mi vesto ed esco. Ultimo sguardo al tato che per salutarmi ancora nel sonno lancia una scorreggia da sotto le coperte. Gliele rimbocco pensando che se eravamo svegli ora arieggiavamo il tutto ridendo a crepapelle.

Sorrido. Questo è mio figlio.

Sono le cinque e un quarto. È l’ora dell’incontro degli atleti.

Infilo il mio naso ancora addormentato dentro il centro turistico di Petra che è completamente buio, arrivano pian piano tutti: dobbiamo avviarci al punto di partenza.
La temperatura esterna è di 30 gradi, cosi segna il mio samsung, la strada è mista tra sabbia e pietre, bisogna prestar attenzione a non inciampare, attorno a noi pietre altissime imponenti che al lento levar del sole iniziano ad aquistare colore. Rosse, arancioni, marroni. Si alza un urlo: “Ma che meraviglia.” Scruto un gruppo di italiani di mezza età. Li raggiungo e mi accodo al gruppo. Farà bene parlare un po’ la mia lingua prima di partire.

Dopo 30 minuti di camminata da dietro due grandissime rocce scure ecco finalmente l’entrata del principale monumento di Petra: il TESORO, una costruzione interamente scavata nella roccia che rappresenta la tomba di un re nabateo. L’atmosfera si scalda, si vede lo Start. Le persone iniziano a scattarsi foto e a riscaldarsi.

Sorrido. Questa Petra è davvero magica.

Foto di gruppo, pause tecniche, tutti pronti per partire. E io?

Treee, twoooo, oneeeee goooood luck guys!!!

Oh mer…
Si parte. Go, Linda. GO!!!

Inizio la corsa abbastanza spedita, sgambettando tra i ciotoli del percorso, arrivo al km 2.5 e arriva puntuale la prima salita di cui ha parlato Issa. Ho deciso di non affannarmi nemmeno. So che è ripida: allora cammino. Memore di quella volta a Ibiza ho elaborato una nuova tecnica. Testa bassa, un passo davanti l’altro ritmo spedito, faccio finta di essere con Angela su per via del Monte. Supero gente, arrivo tranquilla in cima. La tecnica funziona. Non sono nemmeno provata, la userò anche dopo. Abbiamo appena sfangato i primi 250 metri di dislivello. Ora 5 km dritti e poi la salita grande.

L’acqua sul percorso è distribuita ogni 3.5 km: “Fate tutte le fermate. Non saltatele”, mi tornano in mente le parole del briefing prima della partenza. Durante ‘sta gara ho bevuto di tutto. Acqua, sali, cocacola. Era la prima volta che bevevo così tanto in gara. Di solito mi appesantisce. Ma giuro che durante il percorso ne ho sentito il bisogno.

5 km tranquilli di percorso tra pecore, asini, cammelli, carri armati, sabbia, ciottoli e cani, tanti cani sciolti. Le raccomandazioni dell’organizzazione erano chiare: se vi trovate davanti un cane che sembra aggressivo fermatevi e proseguite camminando piano, non correte via che verrete rincorsi. Quanti pensieri, quante cose nuove. Lo sfondo che ci ospita è davvero unico. Distese di sabbia e montagne altissime. Questa Giordania è tutta in salita.
Proprio come quella salita grande che sto guardando ora. Eccola li. La salita: quella grande. Asfaltata. Inizia a sopraggiungere il caldo, siamo al 10 km ormai è 1h15 che corro, sono quasi le otto, la temperatura inizia ad alzarsi notevolmente. Siamo arrivati a 34 gradi, io continuo passo spedito uno davanti all’altro, “non si molla Linda, Non si molla un tubo.” Continuavo a ripetermi. 350 metri di dislivello in 3.5 km è un po’ come correre sul Kokos, tanto per darvi un’idea, solo un po’ in pendenza.

Apro il gel. Chissà se starò male. Devo ricordarmi di comprarli nuovi appena torno a casa. Sa’ che figuraccia un attacco di mal di pancia per gel al km 12 nel deserto? No dai, Linda. Neanche per scherzo.

Ridacchio all’imbarazzo di un pensiero del genere. Andiamo avanti, su, basta stupidate.

Quando sei là da solo a mettere un passo davanti l’altro non è che hai grandi possibilità di scelta di persone con cui chiacchierare. Io non amo parlare durante la corsa, meglio salvare il fiato.
Concentro tutta l’attenzione su di me, penso a cosa dare da mangiare a tato a pranzo, a chi ho visto il giorno prima, a perché quell’altro mi ha risposto ancora una volta male, a Le vie delle Foto, ai miei amici, alla vita, in generale.
Io durante la corsa penso.
Insceno un teatrino tra me e me nel quale dialogo con me stessa, parlo, mi sgrido, mi consolo, mi coccolo anche (sempre nella maniera ruvida che mi contraddistingue), mi parlo. Parlo un sacco. Vorrei far andar bene tutte le cose, ripenso a quanto dura è stata quest’estate, a quanto sogno che questo inverno sia dolce, non come quello appena passato, quanto vorrei un po’ indietro di leggerezza, quella che semino e che tante volte, purtroppo, non mi torna indietro.

Arrivo a un tratto breve ma dritto. Spuntano dalle case tantissimi bambini. Tutti dell’età di Massimo o poco più grandi. Le femmine guardano da lontano e salutano, sono sedute su dei sacchi verdi militari a bordo strada, i maschietti rincorrono gli atleti e danno loro il cinque. Devono essere rimasti colpiti dai miei colori sgargianti, perché tre di loro mi seguono e iniziano a darmi delle leggere pacche sulle cosce. Sono scalzi, uno ha l’occhietto malato, mi sorridono tra piccoli gridolini di gioia, imitano la mia corsa. Mi accompagnano per circa duecento metri. Spartisco cinque grandissimi a tutti e riprendo la mia corsa.

Sorrido, “chiedevi leggerezza, Linda?”.

Bisogna mettere in circolo l’amore. Quello torna. Ma non torna nelle forme che desideriamo noi, dai a una persona? Non è detto che ti torni da lei. L’amore viene reso in questi piccoli miracoli inaspettati, come un bimbo scalzo col moccio che ti dà una spinta di energia nel bel mezzo del nulla durante una mezza maratona. Mi sento in completa sintonia con il deserto ora. Sono la persona giusta al momento giusto. Ne sono certa.

Sorrido. Sorrido ancora.

Penso a Massimo. Mancano 10 km e rivedrò finalmente mio figlio e sarà lì al FINISH ad attendermi. Saperlo con le scarpe e il visino pulito all’arrivo mi dà una carica di serenità.
Ma voi vi rendete conto quanto diavolo siamo fortunati? Sta per iniziarmi un pianto che rimando dentro con un “neanche per idea Linda: quelle lacrime ti servono. Fa troppo caldo per sprecare acqua!”.
Ecco come parla Linda di solito a se stessa: SIGNORSI, signora!!! Obbedisco e vado avanti.
Ancora 2.5 km di salita ripidissima, riprendo a camminare.

Il caldo batte in testa che inizia a dolermi, molto forte. Bevo altra acqua, siamo al diciassettesimo km. Arrivo sempre qui e arranco: bastardo del km 17. Ho perso il mood dei bimbi scalzi e del deserto amico.

Devo concentrarmi su qualcosa di bello, ed ecco il mio asso nella manica: comincio a leggere le frasi ad alta voce che sono riportate sul davanti della maglia. La ragazza che supero mentre parlo da sola mi guarda con faccia sconvolta. (Angela ormai è abituata, tanti di voi penso anche) ripenso a questi giorni a tutte le citazioni raccolte. Alle scemenze scritte e ai grandi messaggi di cuore ricevuti e trascritti. Quanta fantasia hanno avuto i miei amici.

Sorrido.

Non voglio deluderli, non lo farò. Riprendo bene la gara a ritmo.La testa va focalizzata sull’obiettivo ora: il finish.

Inizia al 18 km la discesa. Sono provata. Le gambe faticano a girare. ‘Ste diavolo di salite mi hanno davvero indurito. Le mollo che vadano al ritmo che sentono. Veloce, ma non troppo. La discesa è fatta da sabbia e ciottolini, bisogna far attenzione a non scivolare o ad inciampare. Al cambio con l’asfalto le gambe riprendono il ritmo. Vedo in lontananza il finish a sinistra. Nessuna crisi di pianto. Nessun sussulto nessun singhiozzo.

Sorrido. Forza, dai tata, che siamo arrivate!!!

All’ultimo km mi salutano dei ragazzi dell’organizzazione con la jeep. Gli sorrido e li saluto. Rifanno il giro per urlarmi “we love you!” facendo il simbolo del cuore con le mani.

Rido. Rido ancora.

Grazie miei amici sconosciuti per questo ultimo rush di energia finale.

Arrivo.
Medaglia.
Massimo mi accoglie allungandomi una bottiglia d’acqua, lo prendo in braccio: “dai un bacino a Mamma per favore?”
Issa e Damiano urlano entusiasti.

Mi viene in contro una signorina dai capelli ricci: Fresh Water please.

Stramazzo a terra sui tappetini arabi sistemati per il ristoro, ho le mani gonfie che tremano e mi stringono gli anelli, mi tremano anche le gambe. Ingoio un’arancia praticamente con la buccia. Bevo un litro di acqua in un sorso. La testa non pensa più a niente.

Sorrido:

You did it, LINDA!

Mi si avvicina Issa, mi chiede un cinque altissimo e mi dice: “Cavolo, Linda, sai, io non avevo coraggio di dirtelo ieri, ma sulle salite che hai corso oggi fa fatica anche a salire la nostra Jeep!


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