Comune di Trieste


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Metlicovitz. L'arte del desiderio - Manifesti di
un pioniere della pubblicità: mostra al Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl"

16 dicembre 2018 - 17 marzo 2019

150 anni fa nasceva a Trieste Leopoldo Metlicovitz, uno dei maestri assoluti del cartellonismo italiano. È lui l’autore di decine di manifesti memorabili, dedicati a prodotti commerciali e industriali, ma anche a grandi eventi come l'Esposizione internazionale di Milano del 1906, a famose opere liriche (Madama Butterfly, Manon Lescaut, Turandot) e a film dell'epoca del muto (primo fra tutti Cabiria, storico precursore del kolossal).

Assieme ad artisti quali Hohenstein, Laskoff, Terzi e al più giovane concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz (che di quest'ultimo fu il "maestro") operò per decenni alle Officine Grafiche Ricordi di Milano, dopo un avvio come pittore paesaggista nella città natale e un apprendistato come litografo (professione ereditata dal padre) in uno stabilimento grafico di Udine.

Fu proprio grazie all'intuito di Giulio Ricordi, che Metlicovitz poté esplicare, dagli ultimi anni dell'Ottocento, tutte le proprie potenzialità espressive, non solo come grande esperto dell'arte cromolitografica, ma pure come disegnatore e inventore di quegli "avvisi figurati" (così chiamati allora) che, affissi a muri e palizzate, mutarono il volto delle città con il loro vivace cromatismo, segnando anche in Italia la nascita di quell'arte della pubblicità sintonizzata su quanto il "modernismo" internazionale andava proponendo nelle arti applicate sotto i vari nomi di Jugendstil, Modern Style, Art Nouveau, Liberty.

A lui la città di Trieste dedica, nel 150° anniversario della nascita, la prima grande retrospettiva monografica. Con il titolo “Metlicovitz. L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità”, resterà allestita al Civico Museo Revoltella e al Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl” dal 16 dicembre 2018 al 17 marzo 2019, per poi passare al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso dal 6 aprile al 18 agosto 2019.

La mostra è promossa e realizzata dal Comune di Trieste - Assessorato alla Cultura, Sport e Giovani - Area Scuola, Educazione, Cultura e Sport - Servizio Musei e Biblioteche in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali - Polo Museale del Veneto - Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso e con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia.

La rassegna è curata dallo storico dell’arte e scrittore Roberto Curci e diretta da Laura Carlini Fanfogna, direttrice del Servizio Musei e Biblioteche, e da Marta Mazza, direttrice del Museo Nazionale Collezione Salce.

Nella grande monografica rivive l'intero arco della produzione dell'artista. Le opere esposte, 73 manifesti (alcuni di dimensioni “giganti”), tre dipinti e una ricca selezione di "grafica minore" (cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc.), saranno organizzate in otto sezioni espositive, sette delle quali ospitate presso il Civico Museo Revoltella e una – la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette – nella Sala Attilio Selva al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl".

Le opere provengono per la gran parte dal Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso (68 manifesti), oltre che dalle collezioni civiche (Civico Museo Revoltella e Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl") e da raccolte private.

“La produzione cartellonistica di Metlicovitz, così come quella dell'amico Dudovich, fu – sottolinea Roberto Curci – particolarmente intensa negli anni precedenti la Grande Guerra, con la creazione di autentici capolavori rimasti a lungo nella memoria visiva degli italiani e a tutt'oggi largamente citati e riprodotti in ogni studio sull'evoluzione del messaggio pubblicitario del Novecento. A questo eccellente artista, caratterialmente schivo ed estraneo ad ogni mondanità, alle prove – affascinanti per verve ed eleganza stilistica – da lui devolute sia a realtà commerciali come i popolari Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele sia all'universo musicale e teatrale, spiritualmente a lui congeniale (conoscente di Verdi, fu amico soprattutto di Puccini), è dedicata questa mostra che si propone di rappresentare il "tutto Metlicovitz”, straordinario cartellonista, certo, ma anche eccellente pittore ed efficace grafico e illustratore”.

La mostra è corredata da un raffinato catalogo, a cura di Roberto Curci e Marta Mazza (Lineadacqua Edizioni).

Info e prenotazioni:
Civico Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna
Biglietteria/Informazioni 
via Diaz 27 - + 39 040 675 4350 - www.museorevoltella.it 

Civico Museo Teatrale "Carlo Schmidl"
Sala Attilio Selva
Biglietteria/Informazioni
via Rossini 4 - + 39 040 675 4039 - www.museoschmidl.it 

orari
La mostra sarà visitabile negli orari di apertura dei due musei.

Civico Museo Revoltella - Galleria d'Arte Moderna
via Diaz 27
tutti i giorni 9-19 (martedì chiuso)

Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”
Sala Attilio Selva
via Rossini 4
tutti i giorni 10-17

speciale biglietto combinato
per un ingresso, nello stesso giorno o in giorni diversi, ai due musei sedi della mostra
Intero: 8 euro
Ridotto: 5 euro

Il percorso espositivo e le sezioni della mostra

La mostra, prima, completa monografica sul cartellonista Leopoldo Metlicovitz (Trieste 1868 - Ponte Lambro 1944), è allestita in due diverse sedi espositive triestine, all’interno di due importanti musei: il Civico Museo Revoltella, una delle principali e più antiche gallerie d’arte moderna in Italia, e la Sala Attilio Selva, al pianterreno di Palazzo Gopcevich, sede del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”, che documenta la vita del teatro e della musica a Trieste dal Settecento a oggi.

Le opere esposte, 73 manifesti, tre dipinti e una ricca selezione di grafica “minore” (cartoline, copertine di riviste, spartiti musicali ecc.), sono organizzate in otto principali sezioni espositive, sette delle quali ospitate al Civico Museo Revoltella (negli spazi del pianterreno, della Sala Scarpa e del quinto piano) e una – la sezione dedicata ai manifesti teatrali per opere e operette – nella Sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich.

Le sezioni della mostra sono ordinate cronologicamente e tematicamente e permettono di abbracciare tutta la produzione di Leopoldo Metlicovitz.

1. Civico Museo Revoltella
La parte “revoltelliana” della mostra si apre e, come vedremo, si chiude con il grande manifesto Melenis, che accoglie il visitatore subito dopo il suo ingresso al Museo e che, al contempo, prelude e indirizza alla sezione “teatrale” dell’esposizione a Palazzo Gopcevich.

La prima sezione della mostra, dal titolo Gli esordi: un Liberty piccolo piccolo, è allestita nella saletta al pianterreno del Museo e racconta gli esordi di Leopoldo Metlicovitz attraverso una selezione di 10 manifesti, alcuni dei quali di grande formato.

Salendo le scale si raggiunge, sul soppalco, la spaziosa Sala Scarpa dove trovano spazio le successive due sezioni della mostra.

La sezione 2, intitolata Modernità e Grandi Magazzini, illustra, attraverso 9 manifesti, la copiosa produzione di “avvisi figurati” che la Casa Ricordi, e in questo caso Metlicovitz, realizzò per i Grandi Magazzini dei fratelli Emiddio e Alfonso Mele di Napoli. 

Tre manifesti raccontano invece L’invenzione della luce, la sezione 3, che documenta, con tre fondamentali opere, il cruciale passaggio dall’illuminazione a gas a quella elettrica e la realizzazione di importanti infrastrutture: dall’incandescenza a gas del manifesto per le Distillerie italiane alla lampadina a bulbo, icona della modernità, di Tantal Lampe, fino al celeberrimo cartellone prescelto per l’Esposizione milanese del 1906 dedicata all’inaugurazione del traforo del Sempione.

Le due salette in fondo al grande spazio espositivo della Sala Scarpa ospitano altrettante curiose sottosezioni.

La prima, nella saletta di sinistra, è Cabiria, la nascita del film-kolossal ed è incentrata sul celebre film di Giovanni Pastrone del 1914, per cui Metlicovitz realizzò un memorabile manifesto, qui esposto: la fiammeggiante composizione visualizza uno dei momenti più drammatici della pellicola, in cui la fanciulla Cabiria sta per essere sacrificata a Moloch. Nella sala è possibile vedere uno dei tre filmati originali realizzati per questa mostra, dedicato proprio alle intricate vicende del film e ai manifesti realizzati per pubblicizzarlo (filmato in italiano, con sottotitoli in inglese), nonché ad altri manifesti dedicati dall’artista ai film del “periodo muto” (1912-1917).

Nella saletta di destra trova luogo una piccola, ma significativa sezione dedicata alla produzione pittorica di Metlicovitz, dal titolo L’eterna nostalgia della pittura: tre dipinti, di proprietà del Civico Museo Revoltella, esemplificano la forte tensione che l’artista avvertì sempre verso la pittura “pura”, sua segreta vocazione, che sarebbe rimasta insoddisfatta fino a quando in tarda età – ormai ritiratosi a Ponte Lambro – si sarebbe dedicato interamente ai pennelli. Un filmato, anch’esso prodotto appositamente per la mostra, racconta, attraverso parole e immagini, questo mai sopito amore per la pittura (in italiano, con sottotitoli in inglese), offrendo una selezione di opere – ritratti, paesaggi – non fisicamente presenti.

Lasciando la Sala Scarpa, si scende la prima rampa di scale e si accede a un ambiente più raccolto, dove è esposta, entro bacheche, una selezione della ricca produzione di grafica cosiddetta “minore” (cartoline, copertine di riviste, illustrazioni ecc.) prodotta da Metlicovitz e che si incontrerà anche, per la parte teatrale e musicale, nella sede espositiva di Palazzo Gopcevich.

La mostra prosegue al quinto piano del museo in tre luminose sale, dove sono allestite quattro sezioni espositive.

Nella prima sala si susseguono due sezioni. La sezione 4, Il Progresso: nudi alla meta, espone 6 manifesti, scelti fra quelli realizzati nel primo decennio del ’900 e che hanno per protagoniste scultoree figure “mitologiche” di nerboruti uomini ignudi: manifesti anche commerciali, ma dedicati soprattutto a eventi pubblici espositivi.
La sezione 5, Pronti, via! Sport e turismo, comprendente 5 manifesti, è incentrata da un lato sul tema della velocità abbinata allo sport automobilistico, di cui è esempio l’originale Pirelli con la vettura che audacemente sfiora il baratro inerpicandosi su una strada di montagna, dall’altro sul tema del turismo, con i cartelloni dedicati a località di villeggiatura come Abbazia o Zara.

Nella seconda sala è ospitata la sezione 6, Eros, il grande latitante, con 9 manifesti che illustrano la produzione metlicovitziana più sensuale e ammiccante, fra cui alcuni rari nudi di donna, uno dei quali, Sauzé Frères, è l’immagine-guida di questa mostra. Interessanti risultano anche i manifesti postbellici realizzati alla Ricordi ma destinati ad eventi d’oltre Atlantico, per feste e veglioni di Montevideo.

Infine, nell’ultima sala, sono esposti i 5 manifesti della sezione 7, Sicurezze: casa, lavoro, famiglia. Una produzione più tarda e rarefatta (dalla metà degli anni Venti alla metà degli anni Trenta), in cui si avverte un senso di ripiegamento e di interiorizzazione. I temi sono il mondo del lavoro, sia pure quello delle lavandaie e delle contadine (comunque sorridenti), della casa, della famiglia e del senso di protezione ad essa associato.

Al termine del percorso si scende di nuovo al pianterreno. In prossimità dell’ingresso al Museo, chiude la parte “revoltelliana” della mostra il manifesto Melenis, che annuncia la sezione di Palazzo Gopcevich: realizzato da Metlicovitz per la prima rappresentazione dell’opera omonima di Riccardo Zandonai, è uno dei molti manifesti che l’artista dedicò alla musica e al teatro.

2. Sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich

La sala al pianterreno dello splendido Palazzo Gopcevich, affacciato sul Canale del Ponterosso ed esemplato sul modello del Palazzo Ducale di Venezia, è dedicata alla produzione di Metlicovitz per opere e operette. La sezione 8, Opere e operette: il fuoco della musica, illustra questa ricchissima produzione attraverso 25 manifesti – fra cui alcuni capolavori assoluti, quali Madama Butterfly, Manon Lescaut, Sogno d’un valzer –, una selezione di grafica minore e un filmato originale che anima il percorso espositivo con immagini e musica dalle opere e operette rappresentate.
La sezione è divisa in tre parti: nella parte centrale della sala, appena varcato l’ingresso, è esposta una selezione di materiali di proprietà del Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl” (fra cui il manifesto Germania, di Adolf Hohenstein, “maestro” di Metlicovitz); nella parte sul lato mare si possono ammirare i lavori di Metlicovitz dedicati alle opere; in quella sul lato interno i manifesti realizzati per pubblicizzare le operette.

Introduzioni alle sezioni della Mostra

Una mostra, un risarcimento
Non furono più di una mezza dozzina i “pionieri” italiani dell’arte del manifesto pubblicitario, coloro che, tra gli ultimi anni dell’800 e i primi quindici del ’900, crearono autentici, intramontabili capolavori grafici nel campo della pubblica affissione. Tra questi, due artisti nati a Trieste: Leopoldo Metlicovitz (1868-1944) e Marcello Dudovich (1878-1962), entrambi attivi soprattutto nell’ambito milanese delle Officine Grafiche Ricordi.
Alla grande mostra che il Comune di Trieste dedicò a Dudovich nel 2002-2003 si aggiunge ora un’ambiziosa rassegna che, attraverso l’esposizione di ben oltre settanta manifesti di grande formato e decine di esempi di grafica “minore” (copertine, cartoline, spartiti), si propone in qualche misura di “risarcire” Leopoldo Metlicovitz nel 150° anniversario della nascita.
Molto ammirato e riprodotto, il prolificissimo artista, tanto laborioso quanto modesto e schivo, non godette infatti né di un’attenzione né di una fortuna critica pari a quelle dell’amico-allievo-rivale Dudovich. Ed è dunque doveroso e giusto riaffermare oggi la validità della sua arte, soprattutto grazie all’ampia selezione dei suoi manifesti custoditi nel Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, dove la mostra si trasferirà nella prossima primavera.

Gli esordi: un Liberty piccolo piccolo 
Gli esordi di Leopoldo Metlicovitz alle Officine Grafiche Ricordi di Milano sono timidi e rispettosi della temperie stilistica vigente, che oscilla tra l’ortodossia della réclame ottocentesca (ben rappresentata dal manifesto per Pitiecor) e la novità di un raffinato grafismo di osservanza Liberty. In tal senso, piuttosto che la lezione del direttore artistico dello stabilimento, quell’Adolf Hohenstein che seguirà una propria personalissima “via al manifesto”, davvero innovativa, sarà il contatto con un altro cartellonista dello staff Ricordi, Aleardo Villa, a influenzare le prime opzioni espressive del giovanissimo artista triestino, che – non va dimenticato – è giunto alla Ricordi come mero riproduttore tecnico di lavori altrui, e soltanto verso il 1897 ha potuto iniziare a esprimersi come cartellonista in proprio, sempre con l’incoraggiamento e l’avallo del patron Giulio Ricordi. 
Le sue prime opere sono dunque perfettamente in linea con la prevalente tendenza a dar vita a stilizzate creazioni “moderniste”. Fa eccezione il manifesto per il quotidiano «La Sera», grazie all’originale contrasto tra la rossa silhouette della malinconica ragazzina che vende i giornali ai passanti e la nera siepe umana dei distinti avventori del caffè o ristorante che sta in secondo piano, in uno “scontro” che non è solo stilistico ma soprattutto umano e sociale.

Modernità e Grandi Magazzini
La progressiva maturazione del linguaggio grafico di Metlicovitz, tra gli ultimi anni dell’800 e il primo decennio del ’900, è ben leggibile nella sequenza dei manifesti da lui realizzati (assieme a quasi tutti gli artisti dello staff Ricordi: Villa, Terzi, Laskoff, Mazza, Dudovich ecc.) per le campagne pubblicitarie dei Grandi Magazzini napoletani dei fratelli Emiddio e Alfonso Mele. Fin dal 1890, all’insegna del motto “Mode Novità Massimo buon mercato”, la ditta partenopea si affida per la propria promozione all’affissione murale di elevata qualità, garantita sotto il profilo artistico e tecnico dallo stabilimento cromolitografico milanese. 
Anche Metlicovitz, dunque, è ampiamente coinvolto in questa operazione di pre-marketing, e una selezione delle sue produzioni per Mele attesta chiaramente la sua evoluzione stilistica, sempre più “moderna”. Dall’attempato manifesto per gli Ombrellini d’ogni specie, in cui è palese l’influenza di Aleardo Villa, si passa a certi sobri cartelloni di gusto “inglese”, nei quali è invece evidente il debito nei confronti del collega Franz Laskoff. La sua personale cifra espressiva si svilupperà poi in parallelo con quanto, pure per Mele, farà – dopo il 1906 – il suo allievo-amico-rivale Marcello Dudovich.

L’invenzione della luce 
E la luce fu. Nelle strade e nelle case. Il passaggio dall’illuminazione a gas a quella elettrica è una delle tappe fondamentali dell’evoluzione tecnico-industriale a cavallo tra ’800 e ’900, e la piccola lampadina a bulbo diviene presto un’icona della modernità, quanto l’automobile o la macchina a vapore.
Ma nei manifesti stampati da Casa Ricordi a fine Ottocento è ancora l’incandescenza a gas a prevalere: lo provano lo storico manifesto di Giovanni Maria Mataloni del 1895 (ritenuto il primo “vero” manifesto italiano) e soprattutto lo splendido cartellone ideato da Metlicovitz (1899) per le Distillerie italiane. Qui l’artista – superando le contraddizioni stilistiche che gli sono proprie a quell’epoca – trova un felicissimo connubio tra simbolismo pittorico e decorativismo Liberty, con le serpentine lingue di fiamma che faranno ritorno nel celebre manifesto per il film Cabiria.
Altro capolavoro di Metlicovitz è il cartellone prescelto per l’Esposizione milanese del 1906 dedicata all’inaugurazione del traforo del Sempione: geniale trovata, quella di immaginare due figure allegoriche – il Progresso e la Scienza – lanciate su una locomotiva all’uscita del tunnel e protese verso la città ancora lontana. Anche qui è la luce a fare da co-protagonista, con i rossi bagliori che investono da tergo i due personaggi.

Il Progresso: nudi alla meta 
Nel primo decennio del ’900, dopo il gran successo del manifesto per l’apertura del traforo del Sempione che in qualche modo anticipa la nuova tendenza, Metlicovitz inizia a inanellare una serie di manifesti (anche commerciali, ma dedicati soprattutto a eventi pubblici espositivi) di cui sono protagoniste scultoree figure “mitologiche” di nerboruti uomini ignudi, inevitabile scotto alla sua personale vocazione alla pittura accademica, mai interamente soddisfatta. Il suo è un “neo-michelangiolismo”, che trova puntuali termini di raffronto in certi dettagli della Cappella Sistina e da cui non è esente – nelle opere tra 1905 e 1912 – una parvenza di nazionalistica retorica, d’altronde in sintonia con lo spirito dei tempi che, nel 1911, indurrà l’Italia ad affrontare la guerra italo-turca per il possesso coloniale della Libia.
Ciò sembra legittimare la profusione di svolazzanti tricolori, quasi un’anticipazione della grafica patriottica che – su scala minore (cartoline, illustrazioni per riviste) rispetto a quella del cartellone – scandirà gli anni della Grande Guerra, sino all’enfatica cartolina-locandina che alla fine del ’18 plaudirà alla “Redenzione” di Trento e Trieste, finalmente ricongiunte alla madrepatria, e appunto intitolata Finalmente!.

Pronti, via! Sport e turismo 
Il tema della velocità, abbinata soprattutto allo sport automobilistico, è uno dei leit-motiv dell’arte del manifesto, ancor prima che il Futurismo se ne impadronisca e decreti, per bocca di Marinetti, che la bellezza di un’automobile lanciata in corsa è superiore a quella della Nike di Samotracia. Metlicovitz affronta l’argomento sporadicamente, mentre altri cartellonisti (primo fra tutti Plinio Codognato) vi si dedicheranno con ben altro fervore e assiduità. In realtà l’unico, vero “bolide” da lui visualizzato – ispirandosi a una fotografia – è l’Isotta-Fraschini 50 HP protagonista delle prime edizioni della siciliana Targa Florio, in cui, con alla guida Vincenzo Trucco, vinse la terza delle competizioni sulle tortuose strade delle Madonie, nel 1908. Verso il 1910 è invece da situare un altro manifesto di soggetto automobilistico, l’originalissimo Pirelli con la vettura che audacemente sfiora il baratro inerpicandosi su una strada di montagna.
Con bella resa pittorica e, si direbbe, diversa consonanza sentimentale sono realizzati i numerosi manifesti dedicati al turismo, per conto dell’Enit in sinergia con le Ferrovie dello Stato. Da Venezia al Lago di Como, da Stresa ad Abbazia e Zara, la vocazione del Metlicovitz paesaggista trova ampio motivo di ispirazione e riproduce suggestivi scorci delle località reclamizzate.

Eros, il grande latitante 
A differenza del collega concittadino Marcello Dudovich, Metlicovitz – è stato giustamente scritto – “non conosce l’erotismo, la sensualità, il gioco della seduzione”. I suoi rari nudi di donna sono castissimi, anche se il gioco della luce e delle ombre consente qualche discreta trasparenza. C’è invero più sottile malizia nel manifesto per il Calzaturificio di Varese (con la sorridente donnina che mostra la caviglia) o in quello per una marca di tacchi da scarpe (un lembo di sottoveste), e forse l’unico cartellone in cui l’artista si sbilancia con una certa audacia è quello (antecedente, databile verso il 1910) per una marca di vino di Porto, che alcune ignude fanciulle, ben sode e tornite, offrono – come una “tentazione” – a un tormentato anacoreta.
Interessanti risultano anche i manifesti postbellici (1922-23) realizzati alla Ricordi ma destinati ad eventi d’oltre Atlantico, per feste e veglioni di Montevideo. Con il Sud America Metlicovitz aveva stabilito un importante rapporto già negli anni 1907 e 1910, soggiornando a Buenos Aires e probabilmente creando manifesti a noi purtroppo ignoti. Con un altro cartellone, del resto, aveva già partecipato nel 1901, in Argentina, a un concorso per una marca di cigarrillos, vincendo il secondo premio, dopo Aleardo Villa.

Sicurezze: casa, lavoro, famiglia 
Si avverte, nella più tarda e rarefatta produzione di Metlicovitz (dalla metà degli anni Venti alla metà degli anni Trenta), un senso di ripiegamento e di interiorizzazione. Ogni enfasi è ormai bandita, i temi sono umili e rassicuranti, così come avviene nell’ambito della pittura, cui l’artista si dedica con rinnovata passione nell’ultimo quindicennio della sua vita: il mondo del lavoro, sia pure quello delle lavandaie e delle contadine (comunque sorridenti), della casa, della famiglia e del senso di protezione ad essa associato. Protettivi possono essere un istituto di assicurazioni come l’INA o un’istituzione come la Croce Rossa, e i bambini ne sono i principali beneficiari: c’è sempre una mamma o una crocerossina a far loro da scudo contro pericoli e rischi.
Ai bambini, del resto, Metlicovitz dedica bonariamente non pochi manifesti in cui abbina alla tardiva “scoperta” del fondo uniformemente nero (una vecchia, funzionale trovata del geniale Leonetto Cappiello) una qual vena caricaturale: fanciulli, cagnolini, giocattoli, un Pinocchio campeggiano allegri su questi imprevedibili cartelloni, in cui stilisticamente l’artista si adegua alla mainstream grafica invalsa in quegli anni grazie a cartellonisti più giovani e disinvolti (Giaci Mondaini, Mario Puppo, Alfredo Ortelli).

Opere e operette: il fuoco della musica
La parte più cospicua della produzione (non solo cartellonistica) di Metlicovitz è strettamente connessa ai suoi rapporti con il mondo musicale e teatrale, al quale viene introdotto soprattutto da Giulio Ricordi, melomane accanito e a sua volta compositore “in incognito” (si firma Jules Burgmein). A Metlicovitz, che ha così la possibilità di conoscere i maggiori esponenti dell’opera lirica e dell’operetta (compresi Verdi e Puccini), spetta dunque il compito di pubblicizzare con i suoi cartelloni, ma anche con materiale illustrativo “minore” (cartoline, copertine di riviste), i debutti di opere poi entrate nel Gotha della lirica italiana; in ciò, nell’ambito di Casa Ricordi, affianca Adolf Hohenstein: e se il manifesto di quest’ultimo per Tosca rimarrà indimenticabile, tale risulterà pure quello di Metlicovitz per Madama Butterfly, ed eccellenti saranno altresì i cartelloni per opere come Manon Lescaut, Melenis e il fiammeggiante Quo vadis.
Ma un capolavoro è il manifesto per l’operetta Sogno d’un valzer di Oscar Straus (1910), che ha il suo “modello” in una fotografia ritraente proprio l’artista e la moglie Elvira in una posa del tutto analoga a quella del cartellone. Nel mondo della “piccola lirica” Metlicovitz inventa opere raffinate e assai originali per operette quali Hans il suonatore di flauto, Amore in maschera, Il ragno azzurro del triestino Randegger. Chiude la sequenza il maxi-manifesto per la féerie La polvere di Pirlimpinpin: una danzante passerella di maschere, una squillante, clamorosa prova d’artista.

Piccola lirica, grandi manifesti
Vi sono delle autentiche perle rare tra i manifesti che Metlicovitz dedicò al mondo dell’operetta e di cui qui si propongono alcuni esemplari. Anzitutto uno dei suoi capolavori, il Sogno d’un valzer per l’operetta di Oscar Straus (1910), desunto da una foto che l’artista stesso si fece scattare assieme alla moglie. Poi, la variopinta, frenetica passerella per La polvere di Pirlimpinpin (1907 ca.) di Costantino Lombardo. Interessante anche il cartellone per Il ragno azzurro (1916) di un musicista triestino, Alberto Iginio Randegger, che sarebbe morto due anni dopo, a soli 38 anni. 
E assai notevoli, anche per la testimonianza storica del vivacissimo momento musicale che rappresentano, i manifesti dedicati a due famose Compagnie che segnarono l’avvento dell’operetta in Italia a cavallo tra ’800 e ’900: quella di Giulio Marchetti, in cui campeggia da protagonista la moglie Silvia Gordini Marchetti, e quella che nel 1907 le subentrò e ne ereditò le fortune, la Compagnia diretta da Ciro Scognamiglio e Luigi Sapelli, in arte Caramba, scenografo e fantastico costumista che lavorò per i più prestigiosi teatri lirici e divenne, dal 1921, direttore degli allestimenti scenici alla Scala di Milano. Suoi anche i costumi per la prima assoluta di Turandot, nel 1926.

Metlicovitz. Biografia

1868
Nasce a Trieste il 17 luglio, figlio di un Leopoldo senior (di professione “ottico meccanico”) e di Angela Sbisà, entrambi triestini. Il nonno paterno, Ermacora, è originario di un piccolo paese sloveno del Carso, Volčji Grad, presso Komen/Comeno.

1879-81
Nelle scuole professionali che frequenta vince alcuni premi per la precoce, notevole abilità nel disegno e nell’ornato.

1882 circa
Inizia un apprendistato come litografo in uno stabilimento tipolitografico di Udine.

1886
È testimoniata una sua partecipazione, come pittore paesaggista, a una mostra del Circolo Artistico di Trieste.

1888-89
Si trasferisce a Milano. Lavora alla Ditta dei Fratelli Tensi (“Fabbrica di Carte e Lastre per Fotografia e Radiofotografia”). Passa quindi, come litografo “cromista”, alle Officine Grafiche Ricordi.

1892 circa
È nominato direttore tecnico della Ricordi.

1897 circa
Inizia a dedicarsi non solo all’elaborazione tecnica degli “avvisi figurati”, ovvero dei manifesti pubblicitari che la Ricordi produce in gran numero, ma anche alla loro ideazione e realizzazione artistica. Diviene “maestro” del concittadino Marcello Dudovich (1878-1962), approdato egli pure alla Ricordi.

1899
La sua attività di cartellonista si fa intensa e continuativa, con la creazione di numerosi manifesti realizzati dallo staff della Ricordi per i Grandi Magazzini Mele di Napoli. È di quell’anno il suo primo cartellone di grande impatto, per le Distillerie Italiane - Apparecchi a gas d’alcool. Inizia anche a produrre manifesti per le opere liriche dei maestri della “giovane scuola” italiana: Puccini, Mascagni, Montemezzi, Zandonai ecc.

1906
Realizza il manifesto, divenuto celebre, per l’Esposizione internazionale di Milano organizzata per l’apertura del traforo ferroviario del Sempione. 

1907-10
Compie due viaggi in Argentina, dove produce manifesti a noi non noti. Già nel 1901 aveva partecipato a un concorso indetto a Buenos Aires per la pubblicità di una marca di sigaretti, aggiudicandosi il secondo premio. 

1910
Sposa Elvira Lazzaroni, da cui ha due figli, Roberto e Leopolda. Inizia a dividersi tra lo studio milanese della Ricordi e la villa acquistata in Brianza, a Ponte Lambro.

1912
Muore Giulio Ricordi, titolare della ditta e suo grande ammiratore e sostenitore. Da allora i rapporti con la Ricordi, nonostante la sostanziale fedeltà dell’artista, tenderanno a divenire più difficili e saltuari.

1913-18
Come Dudovich, Mauzan e altri cartellonisti si dedica soprattutto alla produzione di manifesti cinematografici, per l’industria che ha il proprio epicentro a Torino, e in particolare per l’Itala Film.

1914
Partecipa con almeno quattro manifesti alla grande campagna promozionale per il film-kolossal Cabiria di Giovanni Pastrone. Tra questi, uno dei suoi capolavori, raffigurante la protagonista avvolta dalle lingue di fuoco del sacrificio a Moloch.

1920 e seguenti
La produzione cartellonistica rallenta sensibilmente. Sempre più l’artista vive ritirato nella villa di Ponte Lambro, in una dimensione familiare alla quale attinge largamente per la sempre più accentuata attività di pittore “puro”, con una serie di ritratti dei congiunti e la creazione di paesaggi ispirati all’ambiente domestico e locale.

1939-41
Partecipa con tre quadri alle edizioni del Premio Cremona voluto dal gerarca locale, Farinacci, a sostegno dei valori del regime fascista. 

1941
Muore la moglie Elvira.

1944
Leopoldo Metlicovitz muore a Ponte Lambro, il 17 ottobre. 

A 150 anni dalla nascita, la città di Trieste è orgogliosa di ospitare la prima grande mostra retrospettiva su Leopoldo Metlicovitz, cartellonista, illustratore e pittore triestino la cui fama è legata alla lunga e proficua collaborazione con le Officine Grafiche Ricordi di Milano.
Maestro e collega del concittadino Marcello Dudovich, cui quindici anni fa Trieste dedicò una grande rassegna al Museo Revoltella, Metlicovitzè oggi protagonista di una rilevante esposizioneche illumina per intero lasua figura a lungo dimenticata, maindubbiamente fondamentale nell’ambito della grafica pubblicitaria del primo Novecento italiano.
La mostra viene allestita in una doppia sede, coinvolgendo due importanti musei civici, il Museo Revoltella e il Museo Teatrale“Carlo Schmidl” e verrà trasferita nella prossima primavera a Treviso presso il Museo Nazionale Collezione Salce, principale prestatore e partner dell’iniziativa.
Una grande operazione culturale, quindi, che è il frutto della proficua collaborazione tra il Comune di Trieste-Servizio Musei e Biblioteche e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali-Polo Museale del Veneto e gode del contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in una felice sinergia fra Amministrazione centrale ed Enti pubblici territoriali.

Giorgio Rossi
Assessore alla Cultura
Comune di Trieste


Il Polo Museale del Veneto con il Museo Nazionale Collezione Salce, in collaborazione con il Comune di Trieste, il Civico Museo Revoltella e il Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”, rende omaggio a Leopoldo Metlicovitz con una grande esposizione che vede la prima tappa nella città natale dell'artista per poi trasferirsi a Treviso, dove ha sede il Museo Salce.
L’esigenza di attrarre l’attenzione del pubblico su questo o su quel prodotto ha sollecitato gli artisti impegnati nella grafica pubblicitaria a progettare immagini che, tramite l’eleganza del disegno, l’impatto del colore, l’espressione dei sentimenti, la forza iconografica, risultassero penetranti e persuasive nell’immaginario collettivo. Le venature più intime e individuali di un artista vengono a scoprirsi nel confronto a viso aperto con lo spettatore ed è questo uno degli elementi più interessanti dell’arte della pubblicità. Metlicovitz fu un maestro in questo ambito della produzione artistica. A distanza di oltre un secolo alcune sue opere costituiscono ancora delle vere e proprie “icone”: penso ai manifesti per la Turandot e per Madama Butterfly realizzati per le Officine d’Arti Grafiche Ricordi, la storica casa editrice musicale con cui Metlicovitz lavorò. Il “riuso” di quelle immagini, anche al solo scopo di ornamento – di una stanza, di una scatola, di un segnalibro –, testimonia la loro incisività, in altra epoca e in altro modo. Così leggiadre e al tempo stesso così dense di significato e capaci sempre di commuovere.

Daniele Ferrara
Direttore del Polo Museale del Veneto

Visite guidate per adulti e visite/laboratori 'non' convenzionali per bambini dai 6 ai 10 anni

Il Museo Revoltella organizza nei pomeriggi di ogni MERCOLEDI' - dal 6 febbraio al 13 marzo dalle ore 16.30 alle ore 18.00 - una serie di visite guidate destinate al pubblico adulto e laboratori creativi riservati ai bambini di età compresa tra 6 e 10 anni.

Ogni singolo incontro del mercoledì pomeriggio, mediante due percorsi diversificati e indipendenti, offrirà l'occasione al pubblico adulto di approfondire il discorso legato alla importante figura di Leopoldo Metlicovitz e alla sua intensa attività di cartellonista e pittore, e ai piccoli visitatori che interverranno l'occasione di avvicinarsi in modo del tutto inedito alle opere dell'artista triestino, attraverso un metodo di 'apprendimento non convenzionale', che coinvolge la sfera razionale, ma anche quella sensoriale ed emotiva attraverso l'uso del corpo e del suo movimento.

L'obiettivo è quello di conoscere meglio la composizione dell’opera attraverso un’attività ludica, durante la quale i bambini non sono spettatori passivi ma coinvolti attivamente nell'esperienza dell'arte. I manifesti di Leopoldo Metlicovitz vengono utilizzati come stimolo per l'esplorazione del gesto e del movimento dei piccoli visitatori che, al termine della loro sperimentazione si cimenteranno, nella saletta del laboratorio didattico al quinto piano della Galleria d'arte moderna, in una loro elaborazione creativa.

Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco. Il famoso proverbio cinese, spesso citato da Gianni Rodari, fa capire che solo attraverso il fare è possibile la comprensione più profonda dell’oggetto di studio. L'apprendimento, quindi, per poter essere efficace dovrebbe essere piacevole e divertente, pur mantenendo tutta la complessità necessaria ad un apprendimento esperienziale. Per quanto riguarda le opere d'arte si può provare a interpretarle fisicamente in una sorta di quadro vivente.

In questo modo si è costretti a guardare l'opera come non si era mai fatto prima: si osserva con attenzione la posizione delle mani, delle gambe, delle varie parti del corpo e la direzione dello sguardo dei soggetti raffigurati. 

Si ricorda che le visite guidate e il laboratorio didattico sono gratuite e curate dal conservatore dott.ssa Susanna Gregorat e della dott.ssa Giuliana Fisicaro, specializzata in 'danza educativa' presso la Scuola di Formazione “Mousikè” di Bologna.

È previsto il pagamento del biglietto cumulativo per le due sedi della mostra (anche in due giornate diverse) del costo di euro 8,00 (intero) e 5,00 (ridotto).

L'ingresso per i bambini al laboratorio didattico, che prevede la prenotazione al numero: 040 675 4350 (massimo 8 partecipanti), è pari a euro 3,00.


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