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Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cronaca di un amore:
la mostra a Casa Colussi di Casarsa della Delizia


“Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cronaca di un amore” è il titolo della mostra che s’inaugura sabato 18 novembre, alle 17, dove rimarrà aperta fino al 25 febbraio 2024, a Casa Colussi di Casarsa della Delizia (Pordenone). Organizzata dal Centro studi Pier Paolo Pasolini, e corredata da un catalogo (Ronzani Editore), è curata da Silvia De Laude, saggista e curatrice, fra le varie opere, insieme a Walter Siti, dell'opera omnia di Pasolini nei Meridiani Mondadori (1998-2001)e da Giuseppe Garrera, storico dell’arte e collezionista, che ha curato di recente la mostra “Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo. Il corpo poetico”, allestita nel Palazzo delle Esposizioni di Roma. 

La mostra presenta preziosissime foto originali (in gran parte provenienti dall'archivio di Nadia Stancioff, segretaria e assistente di Maria Callas durante la lavorazione del film “Medea”, e presto amica), decine di riviste (settimanali, rotocalchi) dell'epoca, autografi e manoscritti originali. Una documentazione meticolosa ed esposta per la prima volta, che ricostruisce atto per atto la "storia d'amore" fra Pier Paolo Pasolini e Maria Callas e tutto il gossip che ne scaturì: i pettegolezzi, le illazioni sul legame e il "matrimonio" fra i due, così come apparvero sui giornali e negli scatti fotografici dei paparazzi, le dicerie vere e false, la festa di fidanzamento a Grado, tutto il dicibile relativo ad una possibile "conversione" di Pasolini auspicata da parenti e amici, nessuno escluso, che ci sperano e tifano, in una vera e propria congiura del mondo per il "suo bene".

“Un percorso espositivo – sottolinea la presidente del Centro studi Pasolini Flavia Leonarduzzi – che costituisce un ulteriore importante tassello nel contesto della programmazione pluriennale delle nostre iniziative. In questo modo si rafforza l’indirizzo di studi e di ricerche che propone al pubblico anche aspetti inediti o poco noti della vita di Pasolini e di tutto ciò che si muoveva nel suo complesso universo”.

Una settantina fra foto, giornali e riviste riportano indietro nel tempo, agli anni 1969 e 1970, a raccontare per immagini una storia che al pubblico,oggi, appare nuova, inaspettata, grazie a materiale difficilissimo da reperire, per la prima volta messo a disposizione, risultato di un lavoro faraonico condotto in più di 15 anni dal collezionista – e co-curatore della mostra – Giuseppe Garrera.

Una meticolosa ricerca che va a costituire una sequenza di immagini, notizie e dichiarazioni e ripristina la sorpresa pubblica dei fatti, lo stupore dei contemporanei per ciò che accadeva: Pasolini e Callas innamorati e felici, con tutto lo strascico di livore, dispetto, invidia, irritazione, malevolenza, perplessità che ciò suscitò. E insofferenza per la loro bellezza, difficoltà a gestire lo spiazzamento del successo e del glamour della storia.

Una storia, che,come spiegano De Laude e Garrera presentando la mostra, “è stata anche una commedia degli equivoci, piena di parti comiche e con la musica dolente e sublime di Mozart.Al centro la disperazione e il motivo oscuro dell'amore, più forte di ogni amore, dei due, ma che all'interno di sé e tutt'intorno produce inevitabilmente scene farsesche e, come accade quando i protagonisti sono infelici, soluzioni maldestre e disastri ad ogni passo. Abbiamo la rabbia di Laura Betti, la gelosia di Ninetto Davoli, le speranze riposte e cullate di Susanna, la mamma, che si sogna suocera di Maria, le voci dei domestici, gli amici e conoscenti; tutti, per un attimo, compresi i giornali e i rotocalchi di mezzo mondo, alle prese con i pasticci di un amore immenso con il sogno ridicolo del matrimonio che travolge e stordisce, in primo luogo, gli stessi protagonisti: un anello donato da Pier Paolo a Maria, le dichiarazioni reticenti di Pasolini ai giornalisti, l'aria di festa e gioia – in primis la felicità incontenibile della mamma di Pasolini –, l'intero contesto familiare che, in bene o in male, assiste e plaude, congiurato, alla conversione alle gioie dell'eterosessualità e al conformismo, per il lieto fine”. 

La mostra ripercorre tutto quel periodo, impietosamente, avendo solo come scrupolo di riferire i suoni e le voci della scena e cogliere gli abbagli che l'attraversarono. “Ci sono amori e legami – proseguono i curatori - che non rientrano in alcuna formula e che proprio per tale sofferenza aspirano alla convenzione o ricorrono in gran fretta e goffamente alla grammatica delle convenzioni del mondo”. Ancora una volta Pasolini non risultava inquadrabile, agiva fuori dalle convenzioni e dagli schemi, confermando la sua attitudine a non lasciarsi definire e a pensare l'amore come un'azione di libertà e di scandalo. 

Nelle stanze del Centro Studi di Casarsa si dipana dunque la cronaca di una storia d'amore eccezionale con protagonisti eccezionali (Pasolini e la diva delle dive Maria Callas), ma in realtà si traccia soprattutto un quadro sociale delle convenzioni e dei pregiudizi di quel tempo e del nostro tempo, offrendo la possibilità di incontrare due tra le più dolenti anime che sia dato conoscere. 

“Non c'è dubbio -ancora De Laude e Garrera - che Pasolini sia stato preso da incantamento per Maria Callas, e Maria Callas da incantamento per Pasolini, entrambi in maniera abissale. Tutta la lavorazione di “Medea” e la presenza della Callas (il suo volto, le movenze, i suoi gesti, le espressioni, l'aura) risultano, da scatti e testimonianze, essere stata una cerimonia di incantesimo, per Pasolini, fino allo stordimento. Ma, come avremo modo di vedere, una storia d'amore è sempre e in primo luogo una storia di bisogno d'amore, presa di coscienza della propria solitudine su questa terra, e dell’impossibilità d'oltrepassare, se non come momentanea illusione, la linea d'ombra del proprio destino”. In ogni affetto, ricorda Pasolini, “ritorna il senso che ha per noi la nostra intera vita”.

La mostra si potrà visitare fino al 25 febbraio 2024, dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19; al sabato e nei giorni festivi dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 19.

Ingresso libero. 

Per informazioni: tel. 0434 870593
www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it  

"Maria Callas. La perla nera" spettacolo sabato 2 dicembre

Il Centro Studi Pier Paolo Pasolini, dove è allestita la mostra "Pasolini Callas Cronaca di una storia d’amore" sabato 2 dicembre celebra i cento anni della nascita della Divina con “Maria Callas. La perla nera”, un monologo teatrale a lei dedicato, scritto da Federica Nardacci. La pièce, in scena al Teatro Comunale Pier Paolo Pasolini di Casarsa alle 20:30 (ingresso libero), è interpretata da Marco Gambino, nei panni di Ferruccio Mezzadri, storico maggiordomo della Callas. 

Lo spettacolo sarà accompagnato dal violoncello di Riccardo Pes e dal pianoforte di Claudio Di Meo, compositore e autore delle musiche di scena.

Il 16 settembre 1977 Maria Callas muore nel suo appartamento parigino, poco distante dalla Tour Eiffel. A partire da quel momento la sua immagine viene definitivamente consegnata alla storia come quella di un mito, avvolta nelle luci e nelle ombre di una vita controversa.

Dal fermo immagine del corpo senza vita il narratore (nel personaggio di Ferruccio Mezzadri, maggiordomo della Callas per oltre vent’anni) compie una sorta di viaggio onirico attraverso una serie di flash back che riconducono ad alcuni dei momenti più significativi della vita dell’artista. 

Le figure della madre e il rapporto con Meneghini, Onassis, Pasolini, emergono nel corso del racconto come un vagheggiamento attraverso riferimenti letterari, filosofici e attraverso la mitologia classica, che riporta alle radici culturali della celebre cantante, ovvero alla Grecia. 

L’intera narrazione si sviluppa con continui rimbalzi dal sogno alla realtà. L’idea centrale è quella del Silenzio, intorno alla quale il narratore si abbandona e diventa l’ideale rappresentazione dell’assenza di suono, di canto e, infine, di vita. L’immagine finale è l’intimo congedo di un uomo, Ferruccio, che cerca nei suoi ricordi la forza di compiere la difficile separazione da quello che rappresentava non solo una realtà di lavoro, durata oltre vent’anni, ma anche una dimensione affettiva.


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